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  • Oliviero Beha
     
    13
    ago.
    2014

    La televisione che c’è anche quando non c’è

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    Caccuri
     
    Caccuri

    Profittando di una sorta di franchigia ferragostana, impiego questa rubrica in qualità di recensore televisivo assai improprio, come leggerete. Perché non di un programma tv sto parlando, ma di un programma senza tv ma “come se” fosse in tv. Spiego. In un paesino di forse 1.500 persone perso e ritrovato sulla Sila, nella Calabria più profonda, alla lettera “inarrivabile” quasi fosse un pianeta o una stella lontana cui prima o poi si affianca una qualche sonda “Rosetta”, dal nome perfetto, Caccuri, si tiene da tre anni un ambizioso premio letterario. Un trio di bei Brutos, un imprenditore girovago, un bancario penetrante e un insegnante onirico di liceo, rigorosamente autoctoni, riescono nel miracolo ripetuto di far arrivare in un paio di giorni d’agosto dalle varie galassie del Paese una serqua di ospiti famosi o similia. Così per due serate interminabili, alla fine di una strada allargata a estuario fino alla chiesa di un parroco titubante, all’ombra di un rosone rifatto, si celebra un evento con tutte le stimmate della tv. C’è il conduttore, ci sono gli ospiti da “ecco a voi…”, le vallette e un pubblico di oltre 500 calorosissime e umanissime persone, più di un terzo del paese anziani inamovibili compresi soggiogato in sedie di plastica bianche. La cosa più interessante è che ormai della tv intesa come mezzo di ripresa non c’è praticamente più bisogno. Tutti fanno la loro parte “come se” fossero nel video, anche se sono nell’estuario. Si sale sul palco con i crismi di Sanremo, si dibatte come da Santoro, si intervista come da Fazio… E il pubblico si fa percepire come un pubblico televisivo autentico, anche perché non deve rendere conto a nessuno. Padroneggia con gli applausi l’auditel dell’insieme ed è perfettamente autosufficiente. Naturalmente è necessaria l’esca: ci vogliono i personaggi, che il trio di astronauti, anch’essi parte precipua di un format tv, riesce per magia a far arrivare sul palco elevato a video assoluto e naturale.

    È la fisicità complessiva indotta dalla tv fatta persona e realtà. E le esche non sono mancate neppure quest’anno sul micropianeta calabrese, in una Sila in cui la natura sboccia in boschi verdi austriaci o svizzeri rispettati ma non fruiti. Si va dalla vincitrice, la collega anglo-araba eppur italiana, divisa televisivamente tra Londra e Doha, la Sherazade de noantri Barbara Serra, al cane di Pavlov Vittorio Sgarbi, che insofferente alla circoscrizione del critico d’arte nella quale eccelle reagisce soltanto a stimoli come “seduzione”, “Berlusconi povero vecchio, ma quali bunga bunga, una cena e quattro salti” (in padella), o ancor meglio “pale eoliche”, la vera miccia da rogo.

    Dal collega del Tg1 dove sarà finito per meriti “storici”, Gennaro Sangiuliano, autore con il paziente bergamasco Feltri di un libro su repubbliche e patrie, che sembra uscito da una decalcomania mussoliniana, ai giudici scrittori Caro-figlio, Chinnici e Gratteri, quest’ultimo salutato da una standing ovation dall’auditel dell’estuario per una vita spesa al servizio degli altri. Ha detto perfino, Gratteri, che se gli fosse stato permesso avrebbe fatto il Ministro della Giustizia lasciando la magistratura e continuando esattamente con la stessa forma mentis. Capito perché non è salito al Colle? Dal coboldo antropomorfico, egli stesso un semantema televisivo, Carlo Freccero, al terzo Papa di cui disponiamo, Paolo Mieli, uso a “far conti con la storia”, tra movenze pontificie e autorevolezza dell’esposizione, specie quando ha notato che gli italiani sono stati antifascisti solo dal ’45 in poi (saranno contenti i partigiani evidentemente in montagna per sordide ragioni di salute…). Ma tutto “come in tv”, senza la tv. Vorrà dire qualcosa?
    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    vanessa .
    15/08/2014 alle 10:28
    Avete visto come siamo bravi in Calabria? Sappiamo mettere su uni spettacolo, senza l'aiuto di telecamere; sapete com'e'; noi non abbiamo bisogno di vantarci con mezzo mondo, per far sapere a tutti cosa abbiamo fatto; per far vedere quanto valiamo; in uno studio televisivo piccolo quanto la mia stanza, che diventa agli occhi del pubblico il san Carlo di Napoli, e quei 4 gatti pilotati dentro , il pubblico di Caruso. Qui amiamo la sostanza , solo i ricami non ci piacciono. Poi noi non togliamo nessuno, puo' venire chi vuole, poi se le persone da roma in su non ce la fanno perche' non sono abituati a muoversi senza mezzi di trasporto come metropolitano , aereo , e treno , visto che hanno tutto. Il problema e' il loro non il nostro. Si arrangi pure da SOlo questo regime italidiota
    maria vittoria pittamiglio .
    14/08/2014 alle 13:29
    prima la televisione insegnava l'italiano ora insegna a fare l'itagliota!

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