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  • Oliviero Beha
     
    12
    ago.
    2014

    Tavecchio passa: anzi, è passato

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    Carlo Tavecchio è il nuovo presidente del calcio italiano
     
    Carlo Tavecchio è il nuovo presidente del calcio italiano

    La situazione grave ma non seria del nostro calcio trasforma la democratica (o “democratica”?) elezione di Tavecchio – al terzo scrutinio dei 274 delegati – a presidente della Federcalcio in un burlesque in cui il convento passa di tutto meno che la affidabile speranza che questa balorda Rotondolandia possa davvero cambiare. E non perché il brianzolo Carlo, coscritto di Gianni Rivera, sia un babau peggiore di Albertini o del dimissionario Abete che lo ha preceduto nel seggio. No, siamo lì, e non mi impressiona particolarmente la famigerata gaffe del medesimo su quello che “mangiava banane”, che ha scatenato (logicamente e giustamente) la bagarre mediatica di queste ultime settimane. In fondo chi ha messo mano alla Riforma del Senato è stato con la Finocchiaro-Ikea un tipo come Calderoli, che ha nel suo curriculum oltre alla “legge elettorale porcata” anche un magnifico “orango” spedito alla Kyenge e una manciata di “bingo bongo” agli immigrati (mentre Alfano riprende a chiamare “vu cumprà” i venditori ambulanti…).

    Il punto è che come Calderoli sembra essere politicamente a misura del Paese – non di tutti, spero -, così Tavecchio pare essere il metro da Louvre del pallone contemporaneo. Quello di due Mondiali consecutivi che hanno visto uscire la Nazionale (affidata al perdente di ieri Albertini) al primo turno  come mai da mezzo secolo a questa parte. Quello di un campionato decaduto in denaro, appeal, qualità dei giocatori e dello spettacolo, e cresciuto solo nel teppismo da stadio all’ombra dei “Genny ‘a carogna”. Quello di un calcio stravolto nei vivai e aduso ad abrogare qualunque forma di etica e di lealtà sportiva affogate in un mare di impicci e pasticci di cui tutti i delegati di ieri sono benissimo al corrente anche se ipocritamente volgono lo sguardo da un’altra parte.

    Perché non Tavecchio, uscito come cavallo se non di razza almeno da tiro avanti a tutti dall’assemblea di Lega di A ancora presieduta dal buffo Beretta, che candidamente si dimette a giorni dispari per affermare a giorni pari che di calcio non se ne intende, vocato com’è alle relazioni istituzionali di Unicredit? Perché non Tavecchio votato dalla Lega Dilettanti da lui presieduta e trasformata in quindici anni in un business assai redditizio, dalla lega Pro, dalla Lega B e avversato solo dalle componenti tecniche, leggi il sindacato calciatori e quello allenatori pro-Albertini più per una questione di specie nei confronti dell’ex giocatore del Milan che per un reale apprezzamento, e da un fronte sgretolato di club di A? Non è bastato che Juventus, Roma, Fiorentina e altre abbiano impostato la questione come urgenza di un calcio da cambiare e quindi da non mettere nelle mani burocraticamente capaci di un vicario lungoresistente, inizialmente creando un fronte pro commissariamento e poi assistendo al suo sbriciolamento della vigilia: quindi perché non Tavecchio se una copiosa maggioranza istituzionale di “questo” calcio lo preferisce ad altre ipotesi? Mi sembra tutto consequenziale.

    Il pallone come il Paese sta rotolando giù per un piano inclinato? E dunque perché preoccuparsi di rimettere in asse il piano italiano (del calcio, del Paese) con l’aiuto di tutti, se quello che vogliono è continuare così, con Abete, senza Abete, con tutto il cocuzzaro di una dirigenza sportiva (Lotito, Galliani…) per lo più omologa a questo andazzo? La vera notizia sarebbe stata che prima, molto prima dell’Assemblea “storica” dell’Hilton di Fiumicino, in questi ultimi anni, dopo lo schiaffone di Calciopoli affibbiato come sineddoche, come parte per il tutto, al Barbablu Moggi, i club, le Leghe, i sindacati del settore avessero creato le condizioni per degli Stati Generali Rotondocratici atti a modificare le cose in profondità, con uno straccio di serietà,  in un paesaggio deformato dalla gravità.

    Macché, non è fregato niente a nessuno, si sono tenuti Abete per comodo, ognuno per gli interessi del singolo, del club, della categoria, misurando tutto soltanto sul potere e sul metro dei diritti tv e nulla su quello dell’importanza socioeconomica e quindi della responsabilità politica del pallone in Italia. Con Abete si sono tenuti anche Tavecchio e Albertini e adesso, in extremis, hanno scoperto (ma non ratificato) l’impresentabilità di tutti e del tutto. Ma bravi, coerenti e lungimiranti insieme. Eleggere Tavecchio è stato dunque in queste ore insieme conseguente e  sacrosanto, nello spettacolare paradosso per il quale il pezzo mancante per completare il puzzle era proprio lui. Ma il problema vero  è il puzzle marcio, come dovrebbe essere evidente a qualunque osservatore di buona volontà. Il resto è mala fede, opportunismo, approssimazione. Pensate: gli effetti disgraziatissimi al limite del ridicolo del nostro calcio giocato rischiano di risultare addirittura un pelo meno peggio di quello amministrato. Non so se rendo abbastanza  l’idea…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    Dopp.. .
    12/08/2014 alle 15:39
    Quello più che preoccupa e provare a immaginare la rete di interessi privati personali complementari..che si incrociano come in una tangenziale notturna piena di puttane( sentire di boccia o del rio che sponsorizzano dirigenti..i soliti giornalisti schierati muti o che si " scandalizzano " a comando per l'altra parte...tra virgolette) fa star male...m tutto deve andare comunque avanti..la D'Amico deve fare la diva del pallone e la boschi e la marcuzzi devono fare a gara a chi indossa meglio le robe firmate...

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