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  • Oliviero Beha
     
    05
    nov.
    2014

    Chi ha la dignità giusta per misurare la dignità?

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    Brittany Maynard
     
    Brittany Maynard

    C’è una parola che mi colpisce particolarmente, tra quelle pronunciate dal presidente della Pontificia Accademia per la vita, Monsignor Carrasco De Paula, sul suicidio assistito della giovane americana Brittany Maynard: dignità. Testualmente, nella dichiarazione che ha rilasciato il responsabile vaticano per la bioetica, “la dignità è un’altra cosa che mettere fine alla propria vita”. Ecco, è un’altra cosa: ma cosa? E chi la stabilisce, confessionale o laico che sia? La risposta di Carrasco in questi termini era per ciò che aveva detto più volte e in un video toccante che aveva commosso gli Stati Uniti la stessa Brittany, ossia che avrebbe posto fine alla sua vita di malata terminale con un cancro al cervello “dignitosamente”, celebrando la vita e non la morte anche se intendeva togliersela prima che il male la rendesse postuma di se stessa, e un peso per i suoi cari. È evidente e ovvio che il Vaticano condanni qualsiasi forma di eutanasia, e in questo senso non meraviglia, né questa né altre volte così uguali e così diverse nell’unicità di ogni esistenza, tutto quello che viene dalla Chiesa cattolica. Lo stesso Papa Francesco, di cui si discute se sia più a sinistra e più marxista dell’attuale temperie politica non solo italiana (per quello ci vuole poco…), sul suicidio si è espresso quasi esclusivamente come metafora.    Alla lettera, che mi risulti lo ha fatto solo nell’agosto 2013 ricevendo a porte chiuse una delegazione di 500 giovani della diocesi di Piacenza: invitando i giovani a “non essere tristi né pigri” e dicendo che giovani depressi così “li mando dallo psichiatra”, si è affacciato sul ciglio dell’abisso, solo sfiorando il discorso sul suicidio.

    Pensare che in Europa è la seconda causa di morte per gli adolescenti, e la prima per i giovani tra i 25 e i 34 anni. In Italia fortunatamente siamo (ancora?) lontani dai numeri giapponesi degli “Hikikomori”, letteralmente “chi si isola” dalla società e decide di privarsi di tutto, anche della vita, prima che gliela tolgano gli altri. Ma ogni discorso – fatto logicamente di parole – sul fine vita rimanda credo alla frase di Wittgenstein, “su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere”, significativa espressione del filosofo che ci sta dicendo una semplice e profondissima verità: le parole non possono contenere la realtà, e non esistendo un metalinguaggio all’uopo meglio il silenzio. Riguarda anche queste righe, e parrebbe un altro paradosso.

    Per questo piuttosto che del suicidio parlo della “dignità”. Chi la usa più appropriatamente la parola, Brittany che non vuole vivere senza dignità a suo modo di vedere le cose, o Monsignor Carrasco che le nega post-mortem anche questo libero arbitrio nella decisione e nel linguaggio che la accompagna? Sono, siamo tutti d’accordo immagino nel ritenere che dietro ogni scelta estrema di questo tipo, finale di esistenze le più distanti tra loro con vigilie assai differenti e scarti d’umore inesplorabili, ci sia un mistero, il mistero dell’umano. Invece, tutt’altro genere di discorso riguarda il caso di Eluana Englaro e della decisione di padre e medici divenuto 5 anni fa un rodeo per la politica e per i media. In quel periodo, mentre un duo oggi in ombra come Cicchitto e (Monsignor) Fisichella metteva mano alla legge sul testamento biologico, moriva con una dignità straordinaria la mia gatta similsiamese o fintobirmana, Mimmi, nel senso che ci aveva chiesto nella sofferenza di non farla sopravvivere senza dignità. Ne ho scritto qui. Si intitolava “La lezione di una gatta”. Per quello che ho imparato da lei, mi domando e domando a Monsignor Carrasco che cosa si intenda per dignità e come si debba considerare il concetto non soltanto riferito al modo di morire ma anche a quello di vivere. Quotidianamente, però. Ne vedo così poca…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

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    Ricevo il seguente commento di Cinzia

    La dignità per molti esiste solo come contenitore vuoto e quindi per chi viva senza pensiero è quasi impossibile trovare in sé riferimenti utili a riconoscerla tra le proprie qualità. Il “Badante” oggi la evoca e questo è utile per non farla tramontare anche solo come parola. Tra le righe del tuo intervento sul diritto a una morte dignitosa affiora il coraggio dei vivi a lasciar andare la persona o l’animale su cui si sia investito affettivamente. Chi sia stato amato nel momento in cui sparisca per morte o per separazione porta con sé non solo il proprio corpo fisico, ma quella parte invisibile dell’altro fatta di tenerezza, di speranza e di intimità. Allora il coraggio di lasciar andare è necessario a chi resta e serve a sancire l’identità separata e autonoma di chi scelga di non accettare quel destino di inutile sofferenza tanto caro al cattolicesimo. La Chiesa come teocrazia fatica a concedere ai propri sudditi la possibilità di decidere del proprio corpo, dopo averne imbrigliato lo spirito. Così ai vivi è richiesto di accettare in solitudine la volontà anche solo espressa da uno sguardo di chi abbia deciso la propria fine.

    Ciao Cinzia
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    Postato da Redazione
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    homofaber .
    12/11/2014 alle 07:20
    Credo sia molto più "evidente" che "ovvia" la certezza di un Vaticano fustigante ogni forma di suicidio ed eutanasia (da tempo consentita in Paesi tanto laici quanto civili) pur essendo entrambe problematiche complesse, diversissime e comunque profondamente intime (e credo impossibili da imprigionare in norme, moralità, prediche e pantomime tutt'altro che ideologiche o fideistiche, almeno per chi le riduce a strumentale ricatto e grottesco senso di colpa). Togliere il disturbo per (ritenuto) impossibile proseguire o decidere ( anticipatamente, lucidamente, previa burocratica scripta) lo stacco della spina (qualora certezze o evidenze scientifiche, penosissime e devastanti per sè e per gli altri, lo contestualizzassero) non sarebbe solo legittimamente nelle nostre facoltà ma anche (per chi tende a banalizzare) scelta estrema, rarissima e contrastante il nostro comune, spiccatissimo istinto di sopravvivenza (istinto, specifichiamolo; non etica, fede o dovere o rispetto verso chissà cosa o chissà chi). L'unico reale proprietario della nostra vita siamo laicamente noi; e persino nella morale cristiana (che tra l'altro condivido e spero in un'alba riscoperta e nuovamente abbracciata -in opere e non dogmi o sacramenti egemonizzanti - dal Cattolicesimo famelico e filigranato di ieri e di oggi, ormai sua antitesi), noi dovremmo rendere conto solo a Dio ed al suo rivelarsi e rivelarci (ovviamente da noi sempre mistificato, stravolto e spernacchiato, come tutto il resto) mosso essenzialmente e a priori, dall'amore. E senza spingere ad altre più dettagliate letture, mi limito al primo link (in tema) reperibile con un semplice click by internet, oltretutto - e significativamente e appositamente - di sponda vaticana quindi cattolica. Estrapolando (e pur comprendendo ed accettando diverse od opposte letture, dubito deduzioni logiche) intorno al dogma sopravvenuto dell'eutanasia: "La presenza dell’amore assoluto di Dio nel mondo dà al « no » colpevole dell’uomo l’ulteriore dimensione di un « no » demoniaco, più negativo di quanto l’uomo non possa comprendere e che lo trascina nel baratro dell’anticristiano (cf. le bestie dell’Apocalisse e ciò che afferma Paolo delle potenze del cosmo; 1 Gv, ecc.); ... e nello specifico... "L’elemento demoniaco si manifesta soprattutto in una gnosi presuntuosa e senza amore, che si gonfia di se stessa ed è coestesa quanto l’agape sottoposta a Dio (Gn 3, 5). Essa « gonfia », invece di edificare come l’amore (1 Cor 8, 1; 13, 4). Poiché questa gnosi si rifiuta di tener conto della norma concreta e personale (@@@personale@@@), attribuisce al peccato l’aspetto di una semplice mancanza contro una legge o un’idea e si sforza di togliere sempre più la colpevolezza, facendo ricorso alla psicologia, alla sociologia, ecc....". In nessun passo delle pubblicazioni cristiane (almeno rinvenute o da me conosciute), la libertà, il sentire e l'agire dell'uomo è subordinato a qualsiasi altra entità che non sia Dio (Il soggetto morale è stabilito dalla chiamata di Dio e dall’obbedienza a questa chiamata (Eb11, 8). E quindi lambendo l'altro tema, ancor più intimo: 1. Dopo questo atto di obbedienza, il senso della chiamata si rivela come una promessa illimitata e universale , ma ricapitolata al singolare « semini tuo » (Gal 3, 16). .... ripeto io...: "ma ricapitolata al singolare semini tuo". Massima attenzione e coscienza dell'esistenza donata dal Creatore (del resto, chi mai potrebbe disconoscerla o non 'fisiologicamente' apprezzarla?) però mai anteposta od opposta alla condivisione e obbedienza al Signore, ovviamente, ma neppure al successivo (per priorità) unico ricapitolante "semini tuo" (e precipuo nostro)
    Dopp. .
    07/11/2014 alle 16:07
    Accettare il dolore per se e gli altri e diventato sempre più un processo complesso in una società che produce empatie in maniera meccanicistica e virtuale
    Giovanni .
    05/11/2014 alle 21:54
    Antonio la penso come lei, inoltre aggiungo che le situazioni bisogna viverle per capirle,i sapientoni ben farebbero a pensare per se stesi rimanendo sempre ziti.
    Michele .
    05/11/2014 alle 12:41
    Non credo ci sia nulla di dignitoso nel suicidio, ma cé molto di psichiatrico. Chi cerca di porre fine alla propria esistenza ha in atto una evidente patologia, fisica o mentale, che umanamente spiegabile. Forse il silenzio da parte di tutti potrebbe riscattare anche gesti come il suicidio. Forse é dignitoso affrontare la vita tutti i giorni , senza cedere il proprio corpo è la propria anima all'ideologia mondiale che in questo momento sembra vincere su tutto: il capitalismo. É questa il motore di tutte le idee di finte libertà ivi compresa quella di suicidarsi con il clamore dei media. Silenzio forse é meglio.
      Antonio .
      05/11/2014 alle 13:23
      Probabilmente le sarà sfuggito vhe si trattava di una malata terminale. Detto questo, se decidessi di suicidarmi per gli stessi motivi sarebbero esclusivamente affari miei.

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