• Biografia
  • articoli
  • scrivimi
  • Oliviero Beha
     
    02
    dic.
    2014

    Anche il pallone gira intorno al sesso

    Condividi su:   Stampa
    domizzi-honda

    Non so se nel “patto del Nazareno” ci sia anche la voce “rigori fasulli”, tipo quello fischiato per il Milan dall’arbitro Valeri premiando una sceneggiata nipponica di Honda. Non posso saperlo, giacché pare che non ci sia nulla di scritto e verba volant specie nel calcio, anche se ultimamente affiorano testimonianze da parte del direttore del magazine politico più sagace del momento, cioè Chi. Rimane il dubbio: sul “patto” tra Renzi e Berlusconi intendo, non certo sul rigore inventato. Immagino che i tifosi del Milan, anche a sinistra (in politica intendo, non per le scorribande a rientrare di Ménez), obietteranno che in precedenza non era stato concesso un gol su un colpo di testa di Rami, con la palla entrata ma a quel che pare non completamente in un tutt’uno accorpato con il portiere dell’Udinese, nulla magari eccependo su un rigore invece nettissimo negato all’Udinese medesima.

    Oltre al solito problema-arbitri, che nel lessico berlusconiano si traduce nella “questione giustizia” anche in mutande ovviamente solo se si fischia a suo sfavore, resta dunque in piedi l’interrogativo teologico e teleologico su cui si regge tutta la Rotondomania: il pallone è entrato oppure no? E come fare per dire una definitiva “parola di verità”, alla Arbore radiofonico d’antan, sul superamento totale e assoluto (alla lettera sciolto da qualunque altro aspetto) di quella benedetta linea di porta? Anche perché non sfugge di sicuro a nessuno l’imprinting sessuale della faccenda, evocato già meritoriamente da Freud: mettere la palla dentro non è solo robaccia per appassionati rotondolatrici, o per gaglioffi degli spalti, bensì l’evidente compimento di un atto sessuale. Non per caso il calcio è sostantivo maschile e la porta femminile. Questo è Freud, neppure troppo volgarizzato eppur vero. Dunque sapere se è entrata o no ha un nesso immediato con l’interruzione del coito, o comunque con il suo mancato compimento. E con queste cose non si scherza. In attesa che le nuove tecnologie seguano Freud su questa strada e facciano irruzione a buon diritto nei talami per misurarne gli effetti, forse ci potremmo contentare che venissero applicate alla linea di porta telecamere istantaneamente funzionanti come in Premier League, leggi Inghilterra. Un bip, e il marchingegno deputato comunica all’arbitro se è entrata del tutto e dunque è gol. Pare che questi aggeggi costino 250 mila euro per stadio. Ma intanto si potrebbe risparmiare sugli assistenti/fantoccio arbitrali che dovrebbero vigilare su porte e aree competenti e invece sembrano un monumento all’inutilità quando non moltiplicano addirittura errori e danni.

    E poi se vogliamo abbracciare il futuro conservando la tradizione delle poche regole su cui il pallone è nato e cresciuto, beh, nulla pare più indispensabile dell’appurare con certezza se il fine ultimo di tutto il baraccone è stato raggiunto oppure no. Comunque la pensino Blatter, il capobanda da “Apriti Sesamo” della Fifa, il suo omologo Uefa, Platini, e il nostro buon Tavecchio, davvero non c’è motivo razionale o di opportunità per rimandare l’introduzione di sensori e telecamerine. Si sbaglia già tanto in campo che se si evitasse di farlo sulla linea esiziale di porta ne discenderebbe soltanto un guadagno per tutti. Per tutti? Forse toglierebbe spiccioli di potere a qualcuno, esattamente come accade quando si rimuove il sorteggio libero degli arbitri, che invece ne faciliterebbe la libertà di giudizio nel Paese delle sudditanze. Al contrario, non è per nulla malato di sudditanza nei confronti della sorte uno come Pirlo, che “alla disperata” ci prova fino all’ultimo, e complice una leggerissima deviazione la mette freudianamente dentro al secondo finale. Si dice: mentalità da grande squadra, il contrario di ciò che è accaduto alla Roma in Champions, a Mosca, dove il gol è arrivato anche lì in extremis, ma nella porta romanista. Non misurerei le grandezze da questo, casomai è vero che la Juve ha una stamina tale per cui non si arrende mai, almeno in Italia. La Roma è ancora in fieri, grandi cose e piccoli abbandoni: cresce il club con la squadra (dopo la “doccia” tedesca) ma non di pari passo con il pubblico.
    Si segnala domenica all’Olimpico un’intiera famigliola, in un palchetto Vip da 50 mila euro l’anno di abbonamento, che si sbracciava bambino compreso contro Osvaldo dopo il suo gol urlandogli cambronnescamente di tutto.

    Su questa coprolalia devo ancora consultare la lettura di Freud, ma all’impronta mi pare che isolare il calcio dal teppismo o dalla violenza verbale

    totale sia un’operazione ardua sul piano logico: ci prova “El cholo” Simeone, tecnico dell’Atletico di Madrid, che del tifoso morto domenica prima della partita dice “non dipende dal calcio ma dalla società”. Vero e falso insieme. Non dipende dal softball, almeno per ora, è proprio il calcio a fare da calamita per il peggio. Come mai? C’entra forse una malintesa simbologia sessuale per cui dall’eros hanno tutti una matta voglia di passare a thanatos?

    P.S. Leggasi morte…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
     commenti
    Commenti
    0

    Lascia un Commento

    L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

     
    Facebook
    Newsletter
    Resta sempre aggiornato sulle novità del sito di Oliviero Beha
    * Questo campo è obbligatorio