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  • Oliviero Beha
     
    23
    dic.
    2014

    La favola paesana dell’Empoli

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    La squadra di Sarri è la piacevole sorpresa di questo campionato. Domenica al Franchi, contro una Fiorentina che schierava 11 stranieri, è scesa in campo con una formazione quasi completamente italiana

    Due mesi fa il Cagliari di Zeman fagocitava l’Empoli delle meraviglie nello stadio dei toscani, infliggendo loro quattro gol a zero. Adesso Zdenek e la sua leggendaria “coscienza” rischiano di non mangiare il panettone, perché il Cagliari non vince più nemmeno in trasferta (in casa proprio non se ne parla). E invece l’Empoli ha furoreggiato su vari campi, tra gli altri a Napoli e Firenze quindi contro squadre programmate per la Champions League, strappando dei pareggi che potevano essere anche qualcosa di più, specie a Napoli dov’era in vantaggio di due gol.

    Non solo: l’Empoli sta facendo strabuzzare tanto d’occhi agli osservatori con lenti non appannate, perché gioca davvero bene, occupa tutto il campo con facilità e non rinuncia mai ad attaccare, contro chiunque minimamente glielo permetta.

    Compresa la jellata Fiorentina del gattone di sale Gomez. Ma come, il miracolo del calcio offensivo non era monopolio magari sconsiderato di Zeman e del suo atteggiamento tattico sempre rivolto a far gol più che a non subirne?

    Ebbene sì, ed è probabile che al boemo fumatore sia capitata la squadra sbagliata. Quando il suo Cagliari è suo davvero infatti, in questa stagione ha mostrato miracoli tecnico-atletici perfino con minore sofferenza difensiva, vedasi i quattro gol all’Empoli appunto e la quaterna all’Inter. La squadra incerta che balbetta sul proprio campo non gli appartiene, e quindi cacciandolo sceglierebbero la strada più facile ma anche la meno interessante. Comprategli piuttosto due o tre giovani adatti, dalla B, già maturi per il salto, e Zeman farà ancora entusiasmare. Appunto come fa l’Empoli che ha in panchina un mentore assai meno fascinoso di Zdenek, con una carriera gavettara alle spalle, un’aria da impiegato (lavorava in banca…), occhiali burocratici e invece tanta inventiva e personalità. Anche in quello che dice.

    Maurizio Sarri ha spiegato il pareggio nel derby toscano, che forse il nuovo stadio incubato dal Comune e dai Della Valle bros trasformerà in un derby autentico, giocando le due squadre in casa nel medesimo luogo, con due paroline magiche: “Spirito d’appartenenza”. Sì, perché mentre la Fiorentina ha schierato dall’inizio undici stranieri, mettendo poi solo Aquilani con il tricolore a tenersi fermi i capelli, quindi 1 su 14, l’Empoli è quasi completamente una squadra patriota e due terzi della sua rosa provengono dal vivaio. È esattamente quella che si può chiamare la medicina per il futuro di un calcio tendenzialmente straccione come il nostro. Vivai, loro valorizzazione, esterofilia ridotta al lumicino, anche se non sarà così semplice calmierare il mercato. E naturalmente con i giovani i giochetti dei parametri zero subiscono un forte ridimensionamento. Ma non vedo molte altre strade, o antidoti, per l’avvenire.

    Sull’italianizzazione del pallone nostrano, che fa dell’Empoli un caso efficace di normalizzazione “paesana” del club e della squadra, non essendoci dietro – che so – la Confindustria di Squinzi come nel caso del pur ottimo Sassuolo, avrei un paio di aneddoti. Il primo è di una dozzina d’anni fa, il secondo è recente. Per noi studenti il 5 maggio è la morte di Napoleone, con variazioni goliardiche sul tema di stampo automobilistico applicate al Manzoni. Per gli interisti è invece la domenica dell’abisso, quando all’ultima giornata l’Inter di Cuper ma soprattutto di Ronaldo perse a Roma con la Lazio naufragando nel secondo tempo e lasciando lo scudetto come (quasi) sempre alla Juve finisseur.

    Ebbene, mi raccontava Di Biagio, allora centrocampista ambrosiano, che sul pullman di quell’Inter quasi nessuno si parlava perché non si sarebbero capiti, nella Babele dei linguaggi. Non sembri un dettaglio, ma a queste cose per esempio la Juventus ha sempre dedicato attenzione.

    Il secondo episodio è romano, romanista, romanesco. Rudi Garcia, il tecnico che ha miracolato l’ultimo anno e mezzo di Roma, oltre a continuare a studiare lui stesso l’italiano con i miglioramenti che mette in mostra in tv specie se paragonato a – che so – un Massimo Mauro, ha preteso dai suoi “stranieri” che non impiegassero più di sei mesi dal loro arrivo a imparare un italiano decente. Non gli avrà detto proprio che “la lingua è la nostra vera patria”, ma insomma nel concetto ci è andato vicino, almeno fino a “la nostra vera squadra”. Non sarebbe male che in un momento di globalizzazione estrema ed estremizzata, per suo proprio vantaggio il Reame Rotondo tenesse conto di questi aspetti, che poi nella vita anche calcistica di tutti i giorni pesano eccome. Lo dimostra l’ex bancario gavettaro che a parte un portoghese, un albanese e un paio di uruguagi di riporto tratta con ragazzi che vengono dalle radici del club. E la domenica dimostrano un attaccamento davvero speciale. Dipenderà da quello? Sarebbe un plus per l’amato e fumeggiante Zeman? Forse. Intanto Buon Natale in tutte le lingue.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    Valentino .
    25/12/2014 alle 09:34
    Il Calcio di Zeman (a parte un campionato di C e due di B) in 22 anni di panchina ha sempre fatto divertire........ gli avversari. 10 esoneri la dicono lunga sul suo vero valore di allenatore.

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