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  • Oliviero Beha
     
    16
    gen.
    2015

    Ante-politica

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    bandiera-italiana

    E’ il testo della mia relazione al seminario di Campo Democratico

    Neanche fosse il mostro di Loch Ness, emerge e riemerge continuamente nella realtà italiana la voce “anti-politica”. In modo diverso, e con significati spesso differenti quando non contrastanti, dal Presidente dimesso fino all’ultimo comiziante da bar tale fantomatica voce viene brandita contro qualcuno o qualcosa e a favore di un’idea generica di politica, di partiti, di istituzioni. A metà tra “come eravamo” e “come non vorremmo diventare”.

    Ebbene, credo che dietro a ciò ci sia un gigantesco equivoco non solo terminologico ma sostanziale, e questo equivoco contribuisca alla confusione generale, con  i rischi concettualmente colposi o dolosi che comporta. Intanto, come immagino sia evidente ai più, non di anti-politica si tratta ma ovviamente di una forma di politica essa stessa prodotta dalla realtà, dal basso, contro la politica di vertice, quella considerata responsabile dello sfascio di un Paese.

    Trattarla come tale dichiaratamente, pubblicamente, senza infingimenti retorici, equivarrebbe però a “riconoscerla”, a darle non solo una spiegazione affrettata o nei casi più avveduti una giustificazione, ma uno “status” politico tra eguali. Esattamente l’ultima cosa che la politica delle istituzioni e dei partiti si augura o desidera. Chi non è come me, in sostanza, è contro di me e deve rimanere “fuori”.

    Ma l’equivoco grosso come una casa cui mi riferisco non è naturalmente questo, facile da grattar via immediatamente se appena iniziamo un discorso sull’anti-politica, termine cui toglierei diritto di cittadinanza lessicale per non attardarci e non favorire appunto il dolo intellettuale. L’equivoco riguarda invece il buco, il vuoto che questo fenomeno strumentalmente interpretato va a riempire con tutte le sue contraddizioni.

    Non è il vuoto della politica, che per legge fisica come in tutto non è sopportabile e non può rimanere tale destinato com’è ad essere riempito da altro, quello in cui nasce e cresce inizialmente tale fenomeno di protesta. Nasce prima della politica, intesa come possiamo facilmente convenire ormai quasi soltanto quale politica politicante ed esercente, in quella fase ante e non anti-politica, in un territorio prepolitico che ci riguarda tutti.

    Il precipizio italiano, la voragine sul ciglio della quale ondeggiamo da un pezzo fino a che la crisi economica non ci ha costretto a guardare in giù, è da riferire a quella terra in cui si forma la coscienza e la fisionomia della persona che solo dopo, nei suoi comportamenti finalizzati, si fa persona politica: una terra una volta coltivata a valori e ideali, poi arata da ideologie sempre meno condivise e sempre più “calcistizzate” nel tifo invece che nella partecipazione, ed ora da un pezzo brulla, senza sementi né raccolto, in cui appunto la fase personale pre-politica viene bypassata per entrare immediatamente nell’alveo della politica praticata.

    Si è insomma politici quasi prima che persone. E’ in questo terreno arido che nasce e cresce la famigerata e malintesa anti-politica, che- se questo ragionamento fila- non è assolutamente tale da alcun punto di vista. Il vuoto morale e etico, laddove la morale si configuri nei confronti di sé e l’etica nei confronti degli altri, viene prima della politica e viene riempito dalla protesta contro questo stesso vuoto, magari a parziale o totale inconsapevolezza dei soggetti che in tale e a tale deserto ideale reagiscono.

    Solo successivamente nei modi che conosciamo, mischiando magari tutto e il suo contrario, un simile movimento tellurico si gonfia e produce le scosse politico-elettorali di cui di parla, troppo spesso fermandosi ai sintomi per paura o incapacità ad affrontare la malattia.

    Se le cose stanno così, per cercare di riavviare un processo di semina in quel territorio desertificato bisogna porsi una macroscopica questione prima di tutto culturale, o se volete antropoculturale:  come riavviare un processo di coltivazione dopo aver fatto terra bruciata di tutto, con una classe dirigente non solo politica che ha reso la realtà italiana una ragnatela vischiosa, in cui pochi ragni intrappolano in un’amoralità diffusa milioni di mosche nel cosiddetto “capitalismo di relazione”?

    Ma è dunque proprio in quella fase iniziale, prepolitica o sulla soglia della politica, che bisogna intervenire con tutti i mezzi possibili. Sia la politica che l’anti-politica, che continuo a chiamare così soltanto per una comodità un po’ pigra di comunicazione, hanno di conseguenza bisogno per andare avanti di tornare indietro, o meglio di tornare avanti. Privilegiando il rispetto di un principio fondamentale come il principio di realtà, vedendo cioè il Paese com’è e non come ci conviene di volta in volta far credere che sia.

    Meno Telemachi, meno Ulissi, intendo dire, meno ciance pubblicitarie , e più sincerità e verità nel prendere atto di un declino morale e materiale che viene da lontano e ci sta finendo di travolgere. Dico che viene da lontano non solo perché gli indicatori economici sono quello che sono e da vent’anni premoniscono la crisi contundente dell’ultimo lustro, ma perché già trent’anni fa in uno dei suoi testi più noti, mi pare  “L’individualismo proprietario”, Pietro Barcellona teorizzava di come la nostra vita basculasse ormai tra due sole spersonalizzate istituzioni, il denaro e i tribunali.

    Applichiamo questi criteri al ventennio berlusconiano non ancora finito del tutto, anzi sempre più ramificato nella società come nella politica tanto da farci temere un Paese e una politica iperberlusconiani anche senza l’eponimo di Cesano Boscone, e avremo la conferma di quel monito ormai generazionalmente remoto.

    Che fare dunque di un presente così ridotto con un futuro al momento almeno all’apparenza inimmaginabile? Ricominciare da capo. Non rifuggire dal carotare, carotare disperatamente ma con speranza il proprio terreno, singolo e collettivo. Ritrovare le proprie radici più autentiche. Rialfabetizzare o alfabetizzare addirittura moralmente e ahimé anche letteralmente un popolo imbarbarito.Non dalla destra ma appunto dal vuoto che qualcuno può anche leggere semplicemente come destra commettendo un errore politico e operando un salto logico regressivo. Lavorare sul territorio, vincere nella realtà prima che nelle urne, rendere la politica funzionale alla vita e non il contrario, ricreare condizioni ambientali ragionevoli  nel significato più pieno del termine per valorizzare gli individui in un contesto sociale accettabile. Sapere che siamo malati, e che senza una coraggiosa diagnosi non c’è possibilità di terapia.

    Pragmaticamente: rispolverare la forma partito allargandola nella realtà oltre i confini di ora, le limitazioni, i trucchi, i ricatti incrociati magari con il rischio di “prendere freddo” se abbattiamo pareti che finora hanno soltanto preservato privilegi e cosche e non reso funzionale la politica per i cittadini, quale è mi pare il fine più impegnativo e interessante di un’iniziativa come “Campo Democratico”.

    Battersi in Parlamento oltre le sceneggiate stantie e sciatte per un’autentica legge sui partiti, che dia loro identità e autonomia legittimandoli- alla lettera- per davvero, con diritti e doveri oltre la soglia dei “denari per finanziarli”. Denari che sembrano sempre la questione fondamentale quando non addirittura unica della politica circostante, ossia di quella dimensione che non ha alle spalle alcuna fase preparatoria, iniziale, di formazione delle persone assai prima che del personale politico che abbiamo sotto gli occhi.

    Tornare avanti significa giustapporre come tessere di mosaico tali esigenze, non negoziabili né tantomeno removibili, con tutti i crismi connotativi della stagione “post-tutto” che stiamo vivendo, che si segnala per l’invasività delle nuove tecnologie sempre sul punto di sostituire le persone, tra un tweet e un selfie.

    Si ride per non piangere, con gli effetti verificabili quotidianamente della polverizzazione del tempo e del valore che rappresenta: sembra non esserci più tempo per nulla, nelle microscopiche azioni della politica di base come nelle sue macroscopiche suggestioni di vertice. E invece questo tempo va trovato o ritrovato, e rimesso alla guida dei comportamenti anche se può apparire quale una fatica di Sisifo. Del resto, se nel mito ci fossero stati tanti Sisifo, anche lì le cose sarebbero probabilmente andate in modo diverso…

    In conclusione, tornare avanti, all’origine delle nostre paure e delle nostre contraddizioni, lavorare alla fase prepolitica in tutte le forme possibili, rivedere la ragione sociale, la fisionomia e la logistica dei partiti a cominciare dal partito democratico che ha urgente bisogno di spalancare porte e finestre per far entrare aria respirabile, “primariamente” respirabile, nell’anossia respingente ed essa sì “anti-politica” di oggi.

    Ma tornare avanti con un occhio non entroflesso bensì dilatato sulla realtà a tutto tondo che ci assedia, politica in senso stretto e in senso lato, verso tutti avversari compresi se leciti e legalmente previsti, per la banalissima motivazione che non ci si salva da soli neppure se si vincono o stravincono le elezioni. Un deserto rimane un deserto.

    Che altro è tutto ciò se non una visione da socialista riformatore in un momento in cui si ha perfino timore di usare le parole per quello che davvero significano?

    Oliviero Beha

    Postato da Redazione
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    homofaber .
    18/01/2015 alle 23:51
    L'uniformità al degrado (che neppure percepiamo più) ci 'permette' di interpretare e diffondere le parole nell'accezione minima, degenere e spesso solo conveniente all'attimo (basta un minuto e già la ribaltiamo), che ci confonde ancor più e inabissa nella dittatura mediatica: ciò che passa per il grammofono pubblico, molto al di sotto del bene e del male, assume significato ed essenza ufficiose. "Non c'è cosa più antipolitica della soverchia politica", d'accordo, può essere, non lo disse uno scemo: ma se per il termine 'politica' ha avuto, nei tempi, un imbarbarimento o una sublimazione (senza entrare nel merito), non si può per questo darne un significato nuovo; semmai solo un giudizio migliore o peggiore. La parola 'populismo', ad esempio, è stata sensibilmente deformata nel suo succo, acquisendo la suggestione - e poi l'accezione mediatica - dovuta alle strategie di tanti capataz sudamericani che guidavano i loro Stati con melliflue facciate parolaie e crudeli lavori sporchi; ma il termine risale alla Russia zarista, era di ispirazione intellettuale e mirava al sovvertimento del regime: e contribuì notevolmente all'affrancamento dei servi della gleba. Ora, per il nostro global village o borgo selvaggio ( ma non per i dizionari decenti) significa più o meno l'opposto.
    Benigno .
    16/01/2015 alle 21:35
    Condivido questo appieno questo ragionamento . La politica deve essere la realizzazione di un progetto in trasparenza .lantipolitica e quella praticata dal partito democratico,ereditata dal ventennio del berlusconismo

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