• Biografia
  • articoli
  • rubriche
  • scrivimi
  • Oliviero Beha
     
    06
    gen.
    2015

    Fotografava l’essere, non l’apparire

    Condividi su:   Stampa
    elisabetta-catalano

    Una volta per celia mi disse “ho fatto diventare bello perfino Umberto Eco”. Per celia, perché in realtà Elisabetta Catalano, scomparsa settantenne due giorni fa a Roma, puntava il suo obiettivo sull’essere, non sul far sembrare. Curioso, ai confini del paradosso, un fotografo che cercava l’essere in una realtà umana ormai fondamentalmente basata sull’apparire. Poi certo la sua arte, per lei semplicemente e naturalmente un “mestiere”, trasformava esteticamente i soggetti dei suoi ritratti, magari abbellendoli ma soprattutto cogliendone l’essenza.

    Quando mi è arrivata la ferale notizia ero appena uscito dalla mostra all’Ara Pacis su Cartier-Bresson, fenomenale fotografo eponimo di quasi tutto il ‘900, che forse avrebbe voluto essere un pittore e non amava particolarmente i ritratti. Tutto al contrario, la bionda e bella Elisabetta dall’aria argentea si era calata nella peculiare forma artistica del ritratto come l’unica che la interessasse davvero, l’unica che le permettesse di indagare gli altri fino in fondo, o fino dove poteva. In questo era particolarmente “social”, compiuta, artisticamente generosa:  voleva essere quello che era, amava fino al midollo la fotografia e tutto ciò che la rendeva possibile in una minuziosità artigiana commovente, aveva cominciato molto giovane forgiandosi da sé presto, grazie a una serie di frequentazioni artistiche e intellettuali che coinvolgevano la “creme” della società culturale degli anni ’70, a partire da Federico  Fellini, Moravia, Pasolini, il cinema, la pittura…. Essere fotografati da lei diventò presto un marchio d’importanza e ne sono testimonianza le numerose gallerie dei suoi ritratti, con le relative mostre succedutesi nelle decadi fino a ieri. Era alla moda, ma non aveva nulla della “modaiola”, custodendo con cura piuttosto uno snobismo intellettuale che le faceva selezionare le amicizie  andando al sodo, cercando eticamente le verità delle persone.

    Parte importante della sua formazione umana e artistica va cercata nel suo rapporto personale e intellettuale con Fabio Mauri, figura poliedrica e punto di riferimento per molte novità in ogni campo della cultura e dell’arte specie concettuale. Immersa con il suo lavoro nella società dello spettacolo “debordianamente”  intesa, per molti versi se ne sentiva invece distante. Non si ricordano sue partecipazioni  televisive, non amava mostrarsi, detestava la deriva pubblica e pubblicitaria che aveva preso la realtà con il passare della sua generazione, conduceva una vita di società assai articolata ma con un retrogusto umano speciale, che le consentiva di eclissarsi in ogni momento, anche solo spiritualmente. Intelligente e ironica, lo era nella conversazione così come nel suo modo di confrontarsi con i soggetti della sua arte. Dava sempre l’impressione di voler capire, di non volersi fermare.

    L’elenco dei suoi ritratti è sconfinato. Chi volesse vedere o rivedere la faccia dell’Italia di quegli anni nei volti di coloro che ne hanno segnato l’epoca lo può fare grazie a lei, ai suoi ritratti senza tempo e insieme ben dentro i tempi. Per chi ha avuto la fortuna di conoscerla e frequentarla, non è stata neppure piccola cosa la sua funzione intellettuale ricreativa, gli incontri nella sua casa romana a Tor Margana, il gusto di far incontrare persone diverse che avessero qualcosa da dire, alcuni magari scendendo dai loro ritratti per mischiarsi ai convitati.

    A maggior ragione, con tali presupposti personali e professionali, duole come una ferita la difficoltà che negli ultimi anni aveva incontrato nel suo lavoro, una sorta di emarginazione che sembrava doverla accantonare come fosse lei stessa un ritratto smontato. Molti che ora la piangono e la riconoscono come “fotografa di gran valore” dovrebbero farsi carico di una simile trascuratezza, di come sia stata ignorata quasi fosse un rimando ad altre stagioni. Ma si sa come vanno queste cose, e l’ignominia ricorrente del “parce sepulto” nella terra nuda dell’ipocrisia.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
     commenti
    Commenti
    1
    Lascia un commento
    Dopp. .
    06/01/2015 alle 18:12
    A volte la vita ci mette difronte( come in atmosfere felliniane) a incontri che resteranno dentro di noi non solo per il semplice gusto di sentire la purezza di quei momenti ma soprattutto per capire la miserabile realtà che tante volte ci circonda

    Lascia un Commento

    L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

     
    Facebook
    Newsletter
    Resta sempre aggiornato sulle novità del sito di Oliviero Beha
    * Questo campo è obbligatorio