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    gen.
    2015

    Parigi sullo sfondo del selfie di Totti

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    selfie-totti-derby

    È stata una domenica particolare, comunque la si rigiri. E non tanto per un derby di Roma con selfie incorporato, ovviamente incidenti e il ritrovamento di un “ordigno letale” (questura vox) fortunatamente inesploso in un’auto dopo la partita. Né per la corsa a due tra Roma e Juventus, quest’ultima con polemiche sull’arbitraggio favorevole come accade nelle “occasioni importanti” (vox mia). Bensì per Parigi e il suo mare di folla a testimoniare per la libertà di espressione (qualunque essa sia, altrimenti non potremmo chiamarla così) e contro il terrorismo fanatico: la manifestazione si è affacciata con “Je suis Charlie” sulle maglie della Lazio in campo e su quelle dell’Atalanta all’entrata in campo, nei cartelli e negli striscioni dentro e fuori dagli stadi, nei riferimenti delle radioteletrasmissioni sportive, persino nel paradosso onomastico per cui un gigantesco difensore del Napoli aveva un cognome, Koulibaly, che suonava come quello del terrorista parigino del negozio kosher, con una K iniziale invece che una C, ma figuratevi…

    Insomma, il calcio spesso provinciale e zozzone di casa nostra non ha ignorato del tutto, ma anzi ha fatto rimbalzare oltre al pallone uno straccio di sensibilità per qualcosa che comunque tocca o dovrebbe toccare tutti. E pazienza se l’ingovernabilità dei due temi, la rotondolatria e il terrorismo insieme, ha messo a nudo il vocabolario ristretto e l’inabitudine di molti colleghi. Almeno non hanno potuto far finta come (quasi) sempre che “quelle sono brutte cose che per fortuna non c’entrano con lo sport” in un’asocialità che ferisce per primo il pallone. E poi via agli effetti speciali dell’Olimpico, in un derby che la liturgia della cronaca definirebbe rocambolesco. Dopo la corsa di Florenzi goleador di mesi fa in tribuna ad abbracciare la nonna, siamo saliti di livello dando spazio al “numero” tecnologico di Totti, che dopo aver segnato invece che togliersi la maglia o mostrare altre scritte “è entrato al galoppo nella post-postmodernità autoriprendendosi con il suo telefonino”, acutamente custodito dal preparatore dei portieri (mi pare).

    Così il web ha potuto festeggiare la novità di un fuoriclasse effettivamente straordinario, ovvero fuori dall’ordinario: ha 38 anni, e quando c’è da pagare il ritmo troppo elevato in partite di corsa accusa spesso ricevuta e mostra insorgenti segnali da ex campione. Ma a ritmi per lui possibili è probabilmente il miglior giocatore italiano degli ultimi tre/quattro lustri, dopo Baggio e insieme a Del Piero. In più si sa gestire anche fuori campo, ha un’ironia forse involontaria (quindi la migliore…) esibita in tutti gli spot pubblicitari che lo riguardano, è un uomo buono che fa molta beneficenza e non lo dice, è romanissimo oltre che romanista fin nei precordi. Va a finire che gli intitoleranno il prossimo stadio parnasiaco (leggi una sorta di Parnaso e Parnasi rotondologici tenuti insieme).

    Così mentre a Roma non ci si faceva mancare davvero nulla, bisognava aspettare per sapere se la Juventus nel San Paolo di Pino Daniele avrebbe tenuto botta, come in effetti è stato. Il secondo gol era più che dubbio? E che fa, tanto è un gioco… e i favori e i torti arbitrali alla fine si compensano (balle, non è per niente così, e lasciando stare la Juve continuiamo a trafficare con arbitri o modesti o che lo diventano per la troppa pressione, sudditi come sono di chi vince e chi conta di più). A quando la tecnologia di porta, abolendo il parlamentarismo di tutte quelle divise intorno al campo nate solo per accrescere la confusione? E a quando il sorteggio arbitrale totale, se ci si fida di tutti gli arbitri a disposizione?

    Lo so, sto scivolando nell’utopia perché in realtà in questo modo verrebbe pressoché azzerato il margine di potere sugli arbitri da parte di tutta l’istituzione arbitrale, a sua volta condizionata dalla politica di club e federale da sempre e in maniera pesante. Però l’attuale presidente, Carlo Tavecchio, è a favore del marchingegno televisivo sulla linea di porta, dunque incameriamolo. Scegliamo poi il numero sufficiente di “bravi fischietti” e sorteggiamoli liberamente. Sempre dei Mazzoleni e dei Tagliavento ci toccherebbero, ma non “ispirati” bensì “estratti”.

    L’ultimo argomento di giornata sia pur di passata sarebbe il calciomercato, che ha già offerto i suoi primi mortaretti, petardi, razzi: è strano, di che cosa ci sia dietro però non parla nessuno. Di come i fondi di investimento internazionali governino alle radici tale mercato possedendo i calciatori e triangolando irregolarmente con i club, per esempio, oppure delle cifre reali: quanto è costato Cerci all’Atletico di Madrid davvero, e come è possibile che vada gratis in prestito al Milan? Eccetera eccetera.

    Ma raccontare “questo” calcio non facilita né il lavoro né la carriera, e per di più di solito il tifoso vuole conoscere le magagne, sì, ma delle altre squadre. Per questo che la finestra su Parigi si sia comunque aperta in una “delicata domenica di campionato” mi ha fatto un buon effetto. Sarò all’antica…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    Commenti
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    mariagrazia .
    13/01/2015 alle 17:37
    e se l'autoscatto (si chiamava così ed è stato quasi sempre presente nelle macchina fotografiche!)lo avesse fatto Balotelli? Ma possibe che a Totti si possa perdonare tutto? L'utilità di questo gesto plateale? Crearsi degli emuli imbecilli? Bah

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