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    03
    feb.
    2015

    Club sull’orlo di una crisi di nervi

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    Mauro Icardi e Fredy Guarin litigano con i tifosi dopo la sconfitta per 3-1 contro il Sassuolo (Ansa)
     
    Mauro Icardi e Fredy Guarin litigano con i tifosi dopo la sconfitta per 3-1 contro il Sassuolo (Ansa)

    Incombe su questi ultimi giorni pallonari una crisi di nervi, sull’orlo della quale ci sono club, tecnici e giocatori. Tralasciando Eto’o, di cui parla qui a parte Malcom Pagani, la ridda di trattative che ha accompagnato in modo sempre più convulso questo calciomercato invernale o di riparazione – dunque ci sarebbe tantissimo da riparare – ha alzato la temperatura degli addetti, nelle hall degli alberghi come sul campo. All’inizio di gennaio, per l’Epifania, era stato stigmatizzato il comportamento parossistico di Osvaldo, a Torino, contro la Juve, quando avrebbe volentieri preso a botte il suo compagno Icardi, reo di non avergli egoisticamente passato il pallone. Gli è costata alla fin fine la rottura con l’Inter, e una difficoltà pare irresolubile a rimanere ad alto livello in Italia. Non ha l’aplomb di Mattarella Pablo Daniel, insomma. Ma anche il suo ex sodale antagonista, Maurito Icardi, quello che porta via le poppute mogli degli altri (cfr. Maxi Lopez), non è esattamente un tipino da biblioteca.

    A Reggio Emilia, leggi lo stadio di Squinzi dove gioca il Sassuolo, domenica dopo l’ennesima e un po’ ridicola sconfitta (per esempio avete fatto caso che Handanovic, uno dei migliori portieri del mondo, sul primo gol di Zaza sembrava alto la metà da quanto si era abbassato prevedendo un tiro rasoterra?), quello che si autodefinisce l’erede di Batistuta si è messo a litigare con i “suoi” tifosi prendendoli a parolacce, vanamente braccato dai compagni. Questo del rapporto tra gli “idola fori” baconiani e le genti sugli spalti è un bel tema, che si arricchisce di sempre nuove pagine. Niente di inedito, per carità, sembra sempre di aver già visto tutto, da Sculli parente di ‘ndranghetosi che negoziava con i tifosi del Genoa levate di maglie, a quello scambio di Cassano a Parma, giorni fa per quella che sarebbe stata la sua ultima esibizione ducale, che parlamentava con un truce tifoso assai in carne, fino appunto adesso al Maurito imbufalito. Il tema non è interessante solo in senso stretto, ma rimanda a una diversa cultura sportiva negli altri Paesi, onde per cui in molti tra i top e i tip players mollano l’Italia per soldi, certo, ma anche per differenti condizioni ambientali. Altrove meno pressione, più rispetto dei tifosi almeno fuori dagli stadi, una professione, quella più bella del mondo, vissuta e percepita appunto come una professione pur nell’idolatria corrente. Questi eccessi, di nervosismo come di pressappochismo, dilagano dicevo anche nella campagna calciomercantile che si è chiusa ieri sera con molti movimenti per lo più di risulta, sia per le formule di prestiti astrusi sia per i nomi dei giocatori comprati e venduti, salvo alcuni, cfr. Cuadrado, non esattamente di primo piano.

    E’ stato chiamato il mercato dei poveracci, in confronto alle scintille della Premier inglese, ma fa ancora più effetto questa rincorsa spasmodica a rifare le squadre proprio mentre esse sul campo perdono più colpi del previsto. E in effetti se dovessimo misurare la serietà, intesa come professionalità fine a se stessa, dei club in rapporto alle loro reali esigenze e a quello che mostrano in campo, meriterebbero un occhio di riguardo le squadre che hanno cambiato meno, oppure che hanno mirato gli acquisti, o ancora che hanno investito su giovani che torneranno buoni non ora ma in futuro. Penso alla Juventus, che si conferma comunque un’azienda vera applicata alla sfera (in rima…), che ha rastrellato dei giovani già di valore, in A e in B, oppure al Napoli che ha centrato due colpi (Gabbiadini e Strinic) atti a riempire i buchi in organico, o al Sassuolo e all’Empoli che giocano un gran bel calcio e rimangono più o meno come erano. Tutto il resto è un ambaradan in cui è difficile districarsi, così come distinguere tra gli affari tecnici e quelli “privati”, aziendali o addirittura personali. Gli addetti ai lavori ovviamente sanno tutto ma raccontano con sussiego solo la superficie delle trattative, non spiegando mai nulla di quello che c’è dietro: dei fondi che possiedono i giocatori (complemento oggetto…), delle strane alchimie dei contratti che sembrano il cubo di Rubik, del come vengono gestiti i tizi a parametro zero che non firmano e aspettano di rifarsi con gli interessi.

    La baraonda di mercato delle due milanesi, per esempio, è inversamente proporzionale ai valori espressi sul campo, rimandati a domani o a dopodomani: di Inzaghi si è già detto tutto, e sopravvive insieme ai brandelli del patto del Nazareno, di Mancini finora si è quasi taciuto, e ha infilato una Waterloo dietro l’altra sempre dopo qualche acquisto boom.

    È dunque così difficile razionalizzare il fatto che le squadre si fanno e si compongono nel tempo, aggiungendo un pezzo alla volta e cercando di non perdere i migliori già a disposizione? E invece no, è sempre o quasi un Carnevale di figurine, e il tifoso bue abbocca e va fino a Reggio per farsi tirare la maglia in faccia seguita da una coprolalia degna di miglior causa. Ma che lo diciamo a fare, tanto è un gioco…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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