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  • Oliviero Beha
     
    25
    mar.
    2015

    Il delitto perfetto del San Giacomo

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    sangiacomo

    Se “Mafia Capitale” non è solo il nome di un’indagine, se il sistema-Incalza ha dei confini ancora indefiniti, se insomma quotidianamente abbiamo a che fare con la palude della corruzione italiota, forse c’è spazio anche per un briciolo di memoria su una storiaccia ormai dimenticata. Magari ad arte. Sto parlando dell’ospedale San Giacomo, la cui prima pietra fu posata nel 1300, donato ai romani dal Cardinal Salviati due secoli dopo a condizione che restasse “un luogo di cura”, come recita il suo testamento. E in effetti è rimasto tale nei secoli, alterato dal tempo all’esterno ma oggetto di numerose ristrutturazioni al suo interno.

    È (o meglio era) un ospedale di Roma tra via di Ripetta e via del Corso, a metà tra piazza del Popolo e l’Ara Pacis, in un sito quindi centralissimo e di grande funzionalità anche per le falangi di turisti riversate in quel triangolo famoso. Era, perché dal 31 ottobre del 2008 in frettolosissimi due mesi è stato chiuso dalla Regione titolare della nostra sanità d’accordo con il governo. C’era Berlusconi a Palazzo Chigi, in simpatica intesa con il presidente del Lazio, Marrazzo, noto al pubblico anche per altre ragioni, che curiosamente proprio in quel periodo aveva assunto ad interim l’assessorato della Sanità in vista del grande risparmio che nel settore sembrava obbligatorio. Il sindaco era Alemanno, il ministro del Welfare che tempestivamente aveva dichiarato “se fossi ricoverato lì scapperei da una porta posteriore”, Sacconi: e così il presepe di allora è completo. Almeno per la politica. Che ha voluto a tutti i costi chiudere quell’ospedale trattandolo da nosocomio superato, alla fin fine non risparmiando né sui letti né sul personale. E invece negli anni precedenti aveva investito tantissimo denaro pubblico, per garantire al San Giacomo un’eccellenza in alcuni reparti: nuova la gastroenterologia, nuove le sale di rianimazione, nuovo un costosissimo apparecchio di risonanza magnetica mai in funzione, completamente rifatta e digitalizzata la farmacia interna. Moltissimi milioni di euro. Nostri. Buttati. Se oggi a quasi sette anni dal misfatto vuoi entrare nel San Giacomo affondato nella fatiscenza, abbandonato come la rovina di un saga da Signore degli Anelli, devi superare tavole sbarrate e ragnatele ovunque, per verificare che hanno distrutto tutto e rubato ciò che c’era da rubare.

    Al di là della storiella sul risparmio, vi chiederete il motivo vero di tale scempio. Beh, negli ultimi mesi prima della chiusura non si contavano le visite di architetti e geometri in vista della trasformazione residenziale dell’ospedale in un albergo o un residence di lusso, ideale per una collocazione così prestigiosa. L’assessore alla Sanità poi incorporata dal baldo Marrazzo, Battaglia, aveva un piano pronto per trasferire l’intiero San Giacomo, eccetto servizi sanitari d’emergenza, a Roma Nord, nel quartiere Talenti più popoloso di Livorno e senza strutture ospedaliere. Il Comune aveva le aree adatte. A posteriori quel piano, mai atteso, resta piuttosto un alibi gigantesco per chiudere e trasformare il San Giacomo, magari convincendo gli eredi che la volontà dell’antenato cardinale sarebbe stata rispettata anche in periferia. Ma il piano non è partito, e Oliva Salviati ultima della stirpe, per ora ha resistito nel far rispettare quel testamento mentre l’edificio va a rotoli. Quanto resisterà? E quando entreranno definitivamente in funzione le fauci golose di uno o più costruttori romani? E tutto questo è successo sotto il naso presidenziale prima della “salapichettiana” Polverini e poi del più adeguato Zingaretti: dov’erano o erano d’accordo? E ci si accinge a consentire il compimento di un delitto perfetto datato in quell’ottobre 2007?

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    Commenti
    1
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    Luciano Gavino .
    26/03/2015 alle 14:43
    San Giacomo, il doppio biscuit da strafogare(ma 'nfucative)

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