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  • Oliviero Beha
     
    18
    mar.
    2015

    In nome della diversità ti brucio le mutande

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    dolge-gabbana-elton-john

    Fino all’altro ieri un argomento divisivo era negli Usa il dar fuoco alla bandiera americana: veniva prima il vilipendio nazionale oppure la libertà d’espressione? La seconda che hai detto…. Adesso scopriamo che per la Hollywood gay, sulla scorta di Elton John, il problema è invece boicottare la griffe Dolce & Gabbana, magari bruciandogli le mutande. E questa reazione ha fatto il giro del mondo, fermandosi da noi da un lato presso corposi intellettuali che tuonano di nuovo fascismo per gli incendiari e dall’altro intorno a omosessuali di grido che invece si scagliano contro la coppiola di stilisti che hanno suscitato questa polemica pirofila. Sulla prima pagina di un settimanale costoro, gay dichiarati, hanno infatti vistosamente testimoniato a favore della famiglia tradizionale e contro le diavolerie del nuovo mondo, leggi bimbi sintetici, figli in provetta, fecondazione artificiale, ecc. Una posizione assai diversa da quella da loro diversi assunta in passato.

    Non sarebbe così interessante né tale punto di vista, scontato per una vasta parte di umanità, né le rappresaglie di mercato del mondo gay che ha figli anche “sintetici” né le tutt’altro che inedite diatribe scatenate, se tutto ciò non fosse la dimostrazione contundente che non è più possibile parlare in pubblico coerentemente e con profondità di certi temi. La dimensione mediatica schiaccia gli argomenti e li fa diventare istantaneamente grossolani anche quando sarebbero decisivi e delicatissimi per il singolo e la collettività. Si sbilancia subito il rapporto tra cosa dici, come lo dici e chi sei tu che lo dici: trionfa la dimensione pubblica del duo modaiolo o del cantante famoso, che parlano spessissimo di argomenti che dovrebbero essere trattati da competenti e con competenza e invece finiscono nel calderone dello show, immediatamente riversabile nello “showbiz” giacché ormai ogni business è uno show.

    Si pensi alle polemiche per l’erede Barilla e il suo mantra da advertising famigliare tradizionale, prima contro i gay e poi convertito a pubblicità a loro misura, naturalmente sempre e solo con finalità mercantili. È tutto immediatamente spettacolare e la serietà dei temi va a farsi friggere. Siamo di fronte a una gigantesca esternalizzazione della vita, la cosiddetta “estimità” opposta a un’intimità ormai dissolta. Il mezzo polverizza il messaggio, e sull’insieme regna un aspetto dato tanto per scontato da scomparire alla vista: il censo di chi partecipa a queste sciarade mediatiche, il denaro che seleziona i parlanti come status del loro coinvolgimento.

    Che si tratti di Dolce & Gabbana o di Elton John, e degli altri che intervengono, resta sempre una faccenda loro, di loro in esibizione sul palcoscenico multimediale mentre in platea si segue a fatica anche se l’omosessualità e la fecondazione artificiale non sono certo questioni per soli “vip”. Eppure riescono a sembrarlo. Per questo su argomenti scabrosi e scivolosi ci vorrebbe una specie di “servofreno”, di misura e controllo, di senso di responsabilità nei confronti degli effetti di ciò che si dice sapendo i rischi che si corrono e la trasformazione di ogni espressione in merce. E le polemiche che accompagnano i “coming out” pressoché quotidiani in una rincorsa esponenziale alla visibilità, ormai una disciplina sportiva molto praticata, dovrebbero tener conto dei contesti invece che dar fuoco a parole o mutande. Anche sull’omosessualità di Dalla e le divisioni conseguenti il discorso è analogo.

    Ognuno faccia come crede e dica ciò che vuole, ma magari tenendo conto della temperatura verbale che può bruciare le pietanze nella cucina del gusto e della sensibilità. “Felice chi è diverso – essendo egli diverso – ma guai a chi è diverso – essendo egli comune”: almeno fuori dal campo dei diritti civili sacrosanti, non bastano i versi di Sandro Penna?

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    1
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    Dopp. .
    20/03/2015 alle 17:27
    Gay ad interim..

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