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  • Oliviero Beha
     
    21
    apr.
    2015

    Rotti gli argini, dilagano gli ultras

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    derby-paulista

    Si sono rotti gli argini, e gli ultras tracimano ovunque, in Italia e sul pianeta. Di quali argini parlo? Di quelli che da sempre e con sempre maggiore difficoltà hanno perimetrato come in una sorta di franchigia non il calcio come stadio di, alla lettera, ma come idea. Di fattacci ne abbiamo visti tanti, troppi, ma vissuti sempre e comunque all’interno di un mondo a parte, appunto il Reame Rotondolatrico. Detta in soldoni, qualunque cosa accadesse riferita al calcio sia pure intestabile pienamente alla cronaca nera era considerata implicitamente “un po’ meno grave”. Memorabile è la didascalia dei commentatori tv nelle decadi che passavano e che dura anche oggi: qualcuno massacra qualcun altro “ma non è un vero tifoso, non c’entra niente con lo sport, sono immagini che non avremmo voluto vedere…” ecc. ecc.

    In questa affollatissima riserva indiana del tifo preservata fino all’inverosimile “culturalmente” e solo dopo penalmente dalla franchigia di un’idea di calcio frantumata dalla realtà, è appunto successo di tutto, e recentemente non ci siamo annoiati. Se non vogliamo parlare del moscissimo derby meneghino, una specie di introduzione all’Expo del 1 maggio in cui non è fortunatamente accaduto nulla sugli spalti e fuori dal Meazza e sfortunatamente nulla di interessante neppure sul campo, parliamo di un altro derby, un po’ più lontano e comunque denso di fantasie leggendarie e di affreschi esotici: quello di San Paolo, tra Corinthians e Palmeiras. Anche il derby paulista, come quello di Milano, si è giocato regolarmente come se non ci fosse nulla di strano, ma la sera della vigilia era successo qualcosa. Un manipolo di criminali si è introdotto in un “covo” degli ultras corinthiani e ne ha giustiziati otto a mano armata, dell’ottantina di tifosi lì radunati. “Regolamento di conti” secondo la polizia, probabilmente legato al traffico di droga. Ma non è esclusa alcuna pista, neppure quella che riguardi eventuali ultras del club opposto. Di certo il derby si è giocato senza problemi e ciò atterrisce.

    Trasferite un fatto di sangue di questo calibro che so a Roma, e fatevene un’idea. Nel caso estremo brasiliano è impossibile mantenere in piedi quegli argini di cui parlavo, non è una faccenda spaventosa che possa essere distinta completamente dal pallone, sia pure per li rami. Ma altrettanto arduo è salvaguardare la franchigia per le vicende italiane, per fortuna non (ancora?) così cruente. Il calcio non è ormai più soltanto un settore assai importante della società bensì una dimensione di essa. E’ impossibile tenere separata la deriva del pallone dalla più generale deriva che ci riguarda. E anzi il retroterra annosissimo di questa franchigia, di questo paravento che non nascondeva niente ma casomai evidenziava tutto, ha funto per troppo tempo da alibi, alla lettera da “altro luogo” dove certe cose potevano essere tollerate perché “non facevano davvero parte del calcio”. Balle. Fa parte da un pezzo del calcio il fenomeno penoso dei giocatori (a Genova, a Roma, a Cagliari) che vanno a chiedere il perdono o la benedizione dagli ultras, negli stadi o altrove, a favore di telecamera come i cavalli del palio senese nelle chiese alla vigilia. Fa parte del calcio tutto il repertorio di striscioni e di cori contro cui giustamente e in grave ritardo il Pallotta american romanista si è scagliato, a malapena accompagnato da Lotito e qualche altro presidente nel disinteresse dei più e della Lega fantasma di A. Fa parte del calcio il vandalismo di Varese, certo non monopolio di una “serena e operosa provincia lombarda” da non confondere- per carità- con faccende simili ordinarie nel centro-sud. E fa parte da ieri del calcio anche la remissione di querela dell’Atalanta, club e dintorni diciamo assai vivaci per usare un eufemismo essendo partiti dalla strage di San Paolo, nei confronti di temibili ultras protagonisti di nefandezze a Zingonia cinque anni fa. Proprio ora che dovevano andare a sentenza…Ma, dice il loro avvocato, c’è l’accordo perché pur senza condanna non coltivino fiori ma facciano opere di bene per la locale Caritas.

    In un certo senso, quest’ultimo accomodamento è in scia proprio a quella franchigia di cui parlo qui, non delinquenti comuni ma delinquenti in comune con il pallone, pur sempre illustrato nella psicologia di massa e masse come parco di divertimenti. Non è più così da un pezzo. E’invece diventato la cassa di risonanza del peggio, e, semplicemente, quel peggio siamo noi.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    Dopp. .
    21/04/2015 alle 15:58
    Gli hulliganz hanno capito che più ricattano è più ottengono, sia in termini di favori personali che per la squadra..lo stato ha abdicato orami a fare lo stato..si fa più o meno finta di controllare o punire, tutto vien lasciato sfogar Alla meno peggio, non esiste un concetto di sicurezza o prevenzione, " si però se ci fossero i privati..." Aggiungerei che in questa Italia se ne fotterbbero sempre e comunque

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