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  • Oliviero Beha
     
    19
    mag.
    2015

    Tutte le stradine portano al derby

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    È notizia di ieri che la Lega di A ha spostato a lunedì prossimo il derby di Roma, assai probabilmente decisivo per la qualificazione in Champions, sia come secondi che eventualmente come terzi (c’è il Napoli in sala d’attesa, favorito dal calendario). L’aveva chiesto la Lazio, impegnata già domani sera all’Olimpico nella finale di Coppa Italia contro la Juventus, finale invece anticipata perché la Juve ha poi a Berlino la finale di Champions con il Barcellona. Da queste poche righe già evincete il trigo, il trambusto del calendario, specie se abbinato insolitamente per le italiane alle scadenze continentali. Si gioca troppo, 20 squadre e tutto il cucuzzaro delle Coppe riempiono l’agenda italiota fino all’inverosimile, scontentando abitualmente tutti, al punto che presto si tornerà a un torneo a 18.

    Prendete questo derby capitolino, diventato improvvisamente importantissimo per cogliere gli avanzi della tavola spazzolata dalla Juve: giocheranno alle 18, perché di sera si rischia in termini di ordine pubblico e certo di lunedì le 15 domenicali sarebbero improponibili. Ma provate a immaginare gli scompensi e i disagi, per i ti fosi che teoricamente non potrebbero in un giorno feriale (la disoccupazione ferocemente aiuta…) e per gli abitanti di zona di nuovo messi in allarme anche di lunedì. Poi ci sono le doglianze delle tv con relativi diritti, che oggi rendono nelle entrate dei club per il 37%, infine c’è l’ipotesi di non riempire lo stadio in linea con quel calo di spettatori che secondo i dati ultimi, di ieri, dell’Osservatorio Calcio Italiano, è arrivato al 12,2% in un raffronto con cinque anni fa. Ce n’è abbastanza per un quadro recessivo a cui renzianamente il calcio nostrano risponde con “cambiamo verso, dateci lo stadio di proprietà” , legge non ancora passata dopo anni anche perché divampano i sospetti di speculazione edilizia dietro i sani propositi di nuovi impianti.

    Si spera che tra una settimana la rilevanza del derby non accenda ancora di più gli animi, spesso a fuoco anche in occasioni di assai minore interesse tecnico-agonistico. Adesso le due squadre si giocano i tanti denari di una partecipazione diretta ai gironi della Champions, e comunque anche la via più impervia dei preliminari. È curioso come le due formazioni e le due società arrivino con un punto di distacco a questa prova partendo da situazioni davvero opposte. Da una parte la Roma, proprietà italo-americana, un gran campionato l’anno scorso dietro la Juve (con quei punti quest’anno sarebbe stata in odore di scudetto), una partecipazione sfortunata alle Coppe, un girone d’andata comunque di livello e un 2015 a freno tiratissimo. Dall’altra una squadra rifondata a partire dall’allenatore, da un presidente in auge in ambito federale (la cui unica analogia con Pallotta è il rapporto di chiusura ai tifosi/teppisti), da un ambiente poco fiducioso e dopo un campionato modesto, lontano dalle prime posizioni, in condizioni psicologiche di inferiorità di fronte ai cugini in grande spolvero. Ma un eccellente girone di ritorno li ha riportati al loro livello di classifica, giocando decisamente meglio di loro, anche perché occupati solo dal campionato e dalla Coppa Italia, nella quale sono arrivati quasi in fondo.

    Mentre il campo parlerebbe a favore di quell’aquila di Lotito e dei suoi, il punto in più della Roma e il calendario che opporrà all’ultima giornata la Lazio al Napoli a Napoli depongono a favore della squadra di Garcia, ultimamente meno in folle delle settimane passate pur se sempre a corrente alternata. Dunque interesse indubbio, spettacolo non assicurato, tensione accertata, e posposizione acquisita. Resta questo a un campionato vinto da tempo e risolto da domenica anche nella terza retrocessione, quella del Cagliari prima zemaniano, poi zolesco, quindi di nuovo zemaniano, nel finale in Festa. Temo che stiano ancora pagando i postumi del sagace e non immacolato Cellino…

    A proposito di macchie, c’è un motivo di forte indignazione riguardo una delle due semifinali dell’Europa League, giorni fa. Non parlo della Fiorentina, sbriciolata dal Siviglia come culmine di una serie di errori di società e staff tecnico. Succede… Mi riferisco invece al “povero” Napoli. Non è aggettivo moralmente buttato lì. All’andata, contro gli ucraini del Dnipro forse considerati mala mente una preda da sorteggio fortunato, a Napoli il designatoe Uefa manda un arbitro che convalida un gol in nettissimo fuorigioco al Dnipro, una cosa tipo la vergogna di tal Ovrebo in un Bayern-Fiorentina di qualche anno fa. Così pareggia con un gol segnato in trasferta. Una settimana dopo non ti aspetteresti necessariamente un arbitro compensativo, ma almeno un tizio “neutrale”. Invece in una partita già condizionata dal risultato dell’andata ecco che il Dnipro segna un gol molto dubbio. Quasi dimenticavo: ma chi è questo fantomatico designatore all’ombra di Platini? Da cinque anni il fatidico Collina, il nostro ex numero uno fischiettante, molto disponibile a nuove esperienze lavorative se fa anche il consulente (anche indiretto attraverso un suo collaboratore) per la Federcalcio ucraina. Leggero conflitto di interessi? Ma che ci frega, tanto è un gioco…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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