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    17
    giu.
    2015

    Achtung Saviano nella riserva mediatica

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    saviano-sentenza

    Come un redivivo Brecht di borgata (“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi né di Saviani”) sia pur rovesciato, temo che dovremo ringraziare ancora una volta Roberto Saviano per la sua straordinaria utilità sociale, culturale e politica. Me lo suggerisce il caso di ieri, ovverosia l’effetto mediatico della sentenza della Cassazione sulla vicenda che ha visto lo scrittore ricorrere contro la sentenza d’appello che lo condannava per plagio nei confronti di “Cronache napoletane” e “Cronache di Caserta”. Plagio esemplificato a iosa in “Gomorra”, con brani copiati da articoli delle testate citate. La Cassazione ha respinto 6 dei 7 punti del ricorso di Saviano, confermando i gradi di giudizio che lo avevano ratificato come strenuo copista altrui. Perché dunque ringraziare un’icona contemporanea, macchiatasi nella sua opera più famosa (l’unica?) di una colpa tra il grave e il ridicolo? Perché ieri vanamente avresti cercato la sostanza della sentenza di Cassazione su “Repubblica Napoli”, il “Corriere del Mezzogiorno” alias Corriere della Sera, il leggendario e dominante Mattino. I titoli e i testi recitavano l’esatto contrario, registrando una netta vittoria di Saviano. Che in qualità appunto di icona e di calamita di business editorial-mediatici gode evidentemente di una riserva, di un’area protetta, di una zona franca che lo difenda da eventuali offuscamenti di immagine. Una specie di “Nessuno tocchi Saviano”, anche se nella drammaturgia biblica del caso lui sarebbe l’Abele di turno.

    Ma non è tanto di lui in qualità di supereroe contemporaneo che vorrei parlare, avendolo già fatto periodicamente in passato proprio qui. Non di lui il cui processo simbolico si è trasformato  in una processione da Madonna Pellegrina, fino alle presenze tv ad “Amici”. Non di lui dalla inarrivabile fisiognomica a metà tra un cristo partenopeo e un camorrista omeopatico. Non di lui iscritto a forza dalla contraerea nemica di destra tra le file dei professionisti dell’anti-camorra. No, lui qui è prezioso come cartina di tornasole della qualità e dell’onestà dell’informazione, nel caso specifico come nella situazione più generale. Saviano non ci sta soltanto dicendo che non si può fare la nuda cronaca di ciò che gli succede, a meno che non siano fatti che contribuiscano a rassodargli il piedistallo su cui ormai si esercitano i piccioni, e che quindi il principio della verità cui avrebbe dedicato la sua vita viene contraddetto clamorosamente proprio in ciò che lo riguarda.

    Saviano si sta immolando per noi sulla croce della censura mirata e della realtà ribaltata perché i lettori capiscano in che buco nero sia precipitato il giornalismo nostrano, quello in fondo alle classifiche di Freedom House per intenderci. Saviano ci sta dicendo senza dircelo – lo farà ad hoc nel programma di Maria De Filippi? – che non ci si può fidare dell’informazione, che non dà le notizie correttamente e addirittura stravolge una sentenza della Cassazione. Se lo ha fatto stavolta, casualmente a suo favore, ci suggerisce il giovane favoloso anti-camorra, perché non pensare che lo possa fare abitualmente, alterando la nostra percezione della realtà?

    Tutta la corolla di santità laica che lo circonda da un lato appassisce per come viene preservato dalla cruda informazione, dall’altro risulta preziosa per delineare il “misfatto”: stavolta la cassa di risonanza suona sorda, ma siamo costretti a sentirla anche se i lord protettori del Che di casa nostra gli hanno steso mediaticamente intorno un cordone sanitario. Non sufficiente però: hai un bel ripulire sul web il tuo profilo social, c’è sempre qualcuno in più che viene a sapere e s’indigna. Di questo bisogna ringraziarlo. Il plagio diventa quasi un peccato veniale.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    ROSANNA .
    18/06/2015 alle 14:21
    mammma mia.....nestamente più che giornalismo è un articolo da portiere di un grosso stabile che si occupa di fatti altrui. Veramente degradante perché l unico aggettivo che mi viene in mente è ROSIKONE
    fulvia .
    18/06/2015 alle 00:51
    Wow... mai letto un articolo piu' brutto di questo. Sembra che a parlare sia l'invidia fatta persona. Ora mi spiego perche' non sentivo piu' in giro Olivero Beha... mamma mia che brutta fine
    Maurizio .
    17/06/2015 alle 17:46
    Non sono i "quotidiani del gruppo Libra" a considerarlo plagio: bensì i Tribunali della Repubblica fino alla Cassazione. Ergo ci crediamo, più che alle autodifese del plagiante e dei suoi solerti "mario".
    mario .
    17/06/2015 alle 17:15
    Voglio spiegare ai miei lettori cosa i quotidiani del gruppo Libra considerano plagio. In Gomorra ho scritto: “Eppure un giornale locale, lo stesso che aveva millantato i rapporti tra don Peppino e il clan, dedicò prime pagine alla sua (di Nunzio De Falco, mandante dell’omicidio di don Diana) qualità di amatore, ardentemente desiderato da donne e ragazze”. Il problema, per i quotidiani del gruppo Libra, è consistito nell’aver scritto “un giornale locale”, secondo loro avrei dovuto indicare il nome della testata e scrivere: “Eppure, il Corriere di Caserta, quotidiano del gruppo Libra, il cui editore Maurizio Clemente è stato condannato per estorsione a mezzo stampa, lo stesso quotidiano che aveva millantato i rapporti tra don Peppino e il clan, dedicò prime pagine alla sua qualità di amatore, ardentemente desiderato da donne e ragazze”. Riporto di seguito il brano di Gomorra per intero, perché possiate capire come lavora certo giornalismo in Campania. Del resto, se avessi citato il giornale, mi avrebbero querelato per diffamazione, cosa che il gruppo Libra puntualmente fa. Ma io non mi piego, non mi intimidiscono le loro querele, sono anzi benzina sul fuoco. Continuerò sempre a denunciare questo modo di fare giornalismo e sarò sempre con il giornalismo locale sano, contro questo orrore. Il loro disprezzo è una mia medaglia. Da Gomorra: “Nunzio De Falco ha il suo soprannome stampato in faccia. Ha davvero la faccia del lupo. La foto segnaletica è riempita verticalmente dal viso lungo coperto da una barba rada e ispida come un tappeto d’aghi, e orecchie a punta. Capelli crespi, pelle scura e bocca triangolare. Sembra proprio uno di quei licantropi da iconografia horror. Eppure un giornale locale, lo stesso che aveva millantato i rapporti tra don Peppino e il clan, dedicò prime pagine alla sua qualità di amatore, ardentemente desiderato da donne e ragazze. Il titolo in prima pagina del 17 gennaio 2005 era eloquente: “Nunzio De Falco re degli sciupafemmine”. Casal di Principe (Ce) Non sono belli ma piacciono perché sono boss; è così. Se si dovesse fare una classifica tra i boss playboy della provincia a detenere il primato sono due pluripregiudicati di Casal di Principe non certamente belli come poteva esserlo quello che invece è sempre stato il più affascinante di tutti cioè don Antonio Bardellino. Si tratta di Francesco Piacenti alias Nasone e Nunzio De Falco alias ’o Lupo. Secondo quello che si racconta ha avuto 5 mogli e il secondo 7. Naturalmente ci riferiamo non a rapporti matrimoniali veri e propri ma anche a rapporti duraturi da cui hanno avuto figli. Nunzio De Falco infatti, sembra che avrebbe oltre dodici figli avuti da diverse donne. Ma particolare interessante è un altro quello che le donne in questione non sono tutte italiane. Una spagnola un’altra inglese un’altra è portoghese. Ogni luogo dove si rifugiavano anche in periodo di latitanza mettevano su famiglia. Come marinai? Quasi [...] Non a caso nei loro processi sono state chieste le testimonianze anche di alcune loro donne tutte belle e molto eleganti. È spesso anche il gentil sesso la causa dei tramonti dei tanti boss. Spesso sono state loro che indirettamente anche loro hanno condotto alla cattura dei boss più pericolosi. Gli investigatori pedinandole hanno permesso la cattura di boss del calibro di Francesco Schiavone Cicciariello [...] Insomma le donne croce e delizia anche di boss.” foto di Roberto Saviano. Non mi piace più · Commenta · Condividi

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