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  • Oliviero Beha
     
    13
    lug.
    2015

    La marcia della pace del toro di Pamplona

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    Quel toro che ha fatto inversione nella via storica di Pamplona, in uno degli “encierros” della settimana di San Firmino, credo di conoscerlo. E lo stimo, e lo ammiro, e lo condivido. Semplicemente, dopo un centinaio di metri ha lasciato al loro solito destino la decina di compagni di ventura con le corna ed è tornato indietro. Teneva alla pelle? Era scandalizzato dal clamore di folla leggermente peracottara? Era un toro animalista, il più giustificato di tutti gli animalisti del pianeta a pensarla così? Mah… Della leggendaria e letteraria corsa con i tori ho qualche cognizione diretta, avendola fatta ormai diversi anni fa. I miei tori li conosco… So che i fiumi di adrenalina di bianco vestiti di questa cadenza della Navarra profonda, radice della Spagna del Nord, bianchi nelle divise dei partecipanti ma rossi nei copricapi e nei fazzoletti e nelle cinture e rossi nel sangue prima immaginato e poi reale dei tori da mattanza, di questa strana, bizzarra e ineguagliata “carrera intra toros” hanno bisogno.

    Pamplona è tutta sul nervo per giorni e notti indistinti e ininterrotti nella settimana della Fiesta, dove si affaccia sempre più retorico Hemingway e si addensano sempre più le proteste delle associazioni animaliste, con il loro fior fiore anche cromatico di manifestazioni di ripulsa. Non si canzonano i tori che pure anche stavolta hanno ferito quattro dei corridori loro intorno, prima dell’ingresso nella “Plaza de toros” beneaugurante per le persone sane e salve e malaugurante per i tori bottino dei toreri, non si trattano così gli animali. E la domanda è: se hanno destituito di ogni fondamento i duelli, pur classici nella tradizione millenaria, quanta vita ha davanti a sé ancora la corrida e questi “encierros ”da corsa che la rimpinguano di vitalità urbana e umana?

    Riflessioni estive, con negli occhi la memoria di questa adrenalina, della partecipazione parossistica all’evento, dell’inimitabilità di questa settimana in cui tutto si mischia, bianco, rosso, tori, musica, sangrilla ecc. In questi ultimi giorni, mentre il Tour de France scorre e cade ripetutamente, oltre alla toreada di San Firmino ci sono stati due manifestazioni più prettamente sportive che hanno riempito l’attenzione dei fedeli: il Mondiale di calcio femminile e Wimbledon.

    Partendo da quest’ultimo e senza rifilarvi considerazioni cronistiche dell’ultima ora, mi ha particolarmente impressionato la disamina di Gianni Clerici, amico e collega, probabilmente lo scriba o logografo più fine e competente della materia dell’ultima metà di secolo. Notava, il maestro comasino, che ormai dilagavano le “atletesse”, ovvero le tenniste tutte muscoli, tutta carozzeria, tutto “masculo” ma in “foemina”. E’ vero, ha vinto il titolo di genere la solita Serena Williams, ormai un’istituzione, ma insomma tra le pieghe del principale torneo di tennis del mondo, Clerici consule, sempre più si stanno affermando appunto le“atletesse”. La cosa più interessante è il collegamento concettuale con lo sport dei colleghi, ma non solo della racchetta. Da un sacco di tempo fin da bambini nel calcio si ricercano i bestioni, indifferenti alla loro predisposizione “artistica” o “artigianale” al trattamento della palla. Il risultato è quella spesso penosa esibizione tecnica cui assistiamo tra gli adulti. Si spera che questa tendenza si inverta, anche perché la “pulce” Messi dovrebbe indicare una diversa direzione. Così come è accaduto alle ragazze statunitensi che hanno maramaldeggiato nei Mondiali in Canada.

    Ottima tecnica individuale, nessuna strapotenza fisica particolare se non una dimensione atletica da altro sport, e una distribuzione tattica all’altezza della situazione. Lo spirito del tempo mi dice che per il soccer da quelle parti potrebbe essere la volta buona, con a margine i Pirlo che ci svernano. Intanto le ragazze mondiali hanno sfilato in parata per New York né più né meno di come avrebbero fatto i loro colleghi, e questi sono insieme simboli e segnali. E’ vero, da noi siamo ancora al Presidente della LND, il tapino Felice Belloli, da cui dipende il calcio femminile, chele bolla “come quattro lesbiche”. Ma ci vuole pazienza. Prima o poi anche lì qualche toro farà marcia indietro…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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