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  • Oliviero Beha
     
    03
    ago.
    2015

    Il nuoto brilla, l’atletica non sta a galla

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    Giovanni Malagò, presidente del CONI
     
    Giovanni Malagò, presidente del CONI

    Belle immagini e buoni sentimenti, quelli che ispira il fondista delle onde Simone Ruffini, oro nei 25 km a Kazan, nei Mondiali di Russia, che chiede in moglie la collega Aurora in mondovisione subito dopo la vittoria. Se lo sport è una transfigurazione della vita e della giovinezza, che si faccia periodicamente invadere dalla semplicità di cuore di tutti i giorni è una ottima cosa. Significa normalizzare l’eccezionale, renderlo commestibile, dividerlo con tutti. Questa volta è stato Simone, nelle Malebolgie del pallone ricordo nell’ultimo campionato un Florenzi che corre in tribuna dalla nonna, un Conti che a Cagliari dopo una vittoria abbraccia il figlio in campo, un Denis che corre dal suo dopo un gol (trattasi purtroppo del medesimo soggetto che poi prende a cazzotti nel tunnel un avversario…sdoppiamento della personalità?). L’oro di Ruffini permette all’Italia di rimanere sempre molto alta nel medagliere, dietro soltanto a Paesi inconfrontabili come Cina, Russia e Usa.

    Che il nuoto, disciplina seconda solo all’atletica leggera nell’iperuranio olimpico, dia all’Italia molte soddisfazioni è cosa nota, e si spiega con un’ottima programmazione e la qualità dei tecnici preposti. L’ultima macchia nera del pedigree nostrano nelle piscine non riguarda infatti tutto ciò, ovvero atleti, tecnici, dirigenti, bensì l’organizzazione casalinga romana dei Mondiali, nel 2009. Non sto a rifarne la storia. Mi basta l’idea che da quelle circostanze penalmente succose ma concluse con un’assoluzione generale, il presidente del Canottieri Aniene (allargatosi per l’occasione a dismisura nell’Acquaniene) e del Comitato Organizzatore abbia tratto nuova linfa per diventare presidente del CONI. E adesso ambisca ad ospitare le Olimpiadi nel 2024, dopo la cocente sconfitta per quelle del 2004 e la rinuncia di tre anni fa del governo Monti (l’unica cosa giusta? Una delle poche…).

    E’ vero che Giovannino Malagò, perfetto passato remoto della filiera Agnelli-Montezemolo, si trova a dover fare i conti con una stagione infelicissima per la capitale, a colpi di monnezza, trasporti, qualche lieve increspatura giudiziaria e il sindaco Marino più adatto all’amministrazione dell’omonimo paese dei castelli romani. Ma aiutato da Renzi, e naturalmente con Montezemolo in prima fila come sovrano del Comitato Promotore tanto per non saltare neppure mezzo giro, Malagò non dispera di portare a casa la solita classica “grande occasione”. La domanda è quella di sempre, sì, va bene, ma per chi? Io lo so, ma stavolta ve lo risparmio e invece propongo un bel referendum popolare a Roma per chiedere ai cittadini già stremati se sentono l’acuto desiderio di un’altra spaparanzata gigantesca travestita da sport oppure no. Dicevo del nuoto, che malgrado le continue invettive che si scambiano appunto Malagò e il Presidente della Federnuoto, Barelli, funziona eccome a livello agonistico.

    Mentre la regina delle Olimpiadi, appunto l’atletica, manda segnali preoccupanti. Un documentario di una tv tedesca ripreso dal quotidiano inglese Sunday Times, rivela che nel mezzofondo e nel fondo, quindi una dozzina di specialità tra maschi e femmine, addirittura un atleta su tre tra quelli che sono saliti sul podio ad Olimpiadi e Mondiali tra il 2001 e il 2012 era dopato. Dati ripresi dall’archivio della Iaaf, la Federazione Internazionale, di oltre 12mila test ematici su più di 5mila atleti: una carneficina, che fa dire mediaticamente a tv e giornale che “l’atletica è oggi al livello del ciclismo di vent’anni fa”. Considerazione deprimente, a tre settimane dai Mondiali di Pechino e a un anno dai Giochi di Rio de Janeiro.

    Ma vorrei chiudere con quella che può diventare una buona notizia. Come è noto, l’olimpionico di marcia a Pechino sui 50 km nel 2008, l’impostore emodopato Alex Schwazer squalificato per 3 anni e 9 mesi e quindi di nuovo agibile agonisticamente dall’aprile 2016, teoricamente in tempo per le prossime Olimpiadi, si sta allenando da mesi con il maggiore e più onesto avversario del doping in attività in Italia, il tecnico e studioso Sandro Donati. La cosa ha suscitato polemiche. Credo ci siano in ballo due obiettivi serissimi, che l’eventuale decorso positivo di tali allenamenti metterà in risalto: il recupero completo di un dopato, seguendo il percorso esattamente contrario a quello che lo ha portato a vincere imbrogliando; e la dimostrazione da parte di Donati che tutta l’organizzazione anti-doping dell’agenzia mondiale Wada è la faccia complementare del doping, all’ombra del Cio. Se funziona, poi ne parliamo con Malagò e tutto il cocuzzaro…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    maria rosaria maione .
    03/08/2015 alle 18:02
    Sempre ironico il suo commento ,ma condivisibile per l' etica professionale che la contraddistingue nel marasma dei giornalisti ,ormai ,per la maggior parte servi del padrone !Convengo con lei riguardo ad un referendum su alcuni apparati scenici che non hanno fondamento se non per l'apparenza ,che serve a celare problemi molto seri ,per i quali non si avvertono mutamenti sostanziali .Sono stata e sono un'appassionata del nuoto agonistico e ho apprezzato l'episodio del campione da lei citato .C'è ancora da sperare che i veri sentimenti non sono da tutti calpestati ,anche quando si sale sul podio come vincitori ..............

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