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  • Oliviero Beha
     
    21
    ott.
    2015

    Nel buco nero di Carminati e c.

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    mafia-capitale

    Metti una sera a teatro con Antonio Mancini detto Nino ma prima, ai tempi della banda della Magliana, “Accattone”, e poi, nella traduzione cinematografica e televisiva di “Romanzo Criminale” che lui detesta, “Er Ricotta”, “sfregiato” ad arte dalla finzione. Criminale con omicidi alle spalle, undici anni di galera prima della palingenesi pratico-etica da pentito o collaboratore di giustizia o meglio ancora “infame” come si auodefinisce, Mancini da anni ormai scrive libri, rilascia interviste a giornali e tv, è diventato o è stato fatto diventare in gergo un personaggio. E’ davvero solo una “merce”, anche spesa paradrammaturgicamente su un palcoscenico, oppure ci può essere un senso nel continuare a interrogarlo ipotizzando un servigio alla ricerca delle verità mai del tutto (!?!) acclarate in anni così bui per il Paese, da cui è uscita quest’Italia, quella di Carminati e di “Mafia Capitale” a giorni in aula mentre sembra che il nocciolo del Campidoglio sia il giallo degli scontrini del modesto Marino?

    Dopo due ore non preparate di dialogo, propendo per la seconda tesi: non a favore del “Nino infame”, bensì a sfavore di tutto ciò che gli è ruotato attorno negli ultimi quarant’anni, da Pasolini a Moro, da Pecorelli alla strage di Bologna al rapimento di Emanuela Orlandi, fino all’epopea molto tragica e un po’ grottesca di “Renatino” De Pedis sepolto da incensurato in basilica a sancire i rapporti con alte sfere vaticane. Anche questo giornale lo ha intervistato più volte, e il nome di Massimo Carminati, “er guercio” in combutta con Buzzi, è ovviamente uscito. Solo che per quello che di pesante ha detto nel 2012, due anni prima dello scandalo che avrebbe dovuto far sciogliere per infiltrazioni mafiose il Comune di Roma, Mancini si aspettava testualmente di “essere sentito dall’anti-mafia” o da un magistrato competente. Non è stato così. Lo dice uno che è stato assolto da alcuni omicidi grazie a “interventi superiori” della politica e della magistratura salvo poi confessarli come tali dopo aver cominciato a collaborare senza suscitare particolari curiosità da quel fronte… Di Carminati, ex Nar fascista, Mancini ribadisce contro le sentenze di assoluzione che è uno dei tre che hanno ammazzato Mino Pecorelli, nel ’79, insieme a La Barbera e a Valerio Fioravanti. Salvo poi precisare che quest’ultimo, condannato con la Mambro in Cassazione per la strage di Bologna vent’anni fa, in tale strage non c’entra. C’entra invece, come depistatore principe in combutta con servizi segreti cui aggiungo il termine “deviati” solo per ingenua disperazione, lo stesso Carminati. In ballo per Pecorelli come per il depistaggio su Bologna armi prelevate dal loro deposito, loro del versante maglianese e testaccino (cfr. Carminati), nei sotterranei del Ministero della Sanità: insisto su Carminati per tre motivi.

    Il primo è ovviamente l’attualità di “Mafia Capitale”. Il secondo è che non mi sembra che sia stato sgomitolato abbastanza il filo che lega quegli anni ad oggi con lo stesso protagonista, che a detta di Mancini non ha pagato congrui debiti con la giustizia per una palese collusione, dentro e fuori, appunto con versanti della politica e della magistratura. Esattamente come successo a lui, Mancini, e ad altri della Banda del “mondo di mezzo”, fino all’intoccabile De Pedis di cui Carminati avrebbe raccolto l’eredità. Insomma “il mondo di sopra” continua a proteggerlo per cui neppure stavolta se ne verrebbe a capo. Il terzo è che se dopo tutto questo Orfini e compagni ancora discettano graziosamente di servizi segreti, o ci sono o ci fanno. Scegliete voi.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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