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    23
    feb.
    2016

    Ginettaccio, il campione con la maglia della libertà nel Giardino dei Giusti

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    Ginettaccio in una immagine che lo consacra al mito
     
    Ginettaccio in una immagine che lo consacra al mito

    Antonio Simeoli, Il Messaggero
    Il popolare giornalista sportivo rilegge un mito del ciclismo e la sua vittoria piú bella, quella contro le persecuzioni nazifasciste

    Trenta maggio 1990, piazza Primo Maggio. La tappa del Giro d’Italia è finita da un’ora. Quella di Cipollini nell’edizione che Gianni Bugno corse in rosa dalla prima all’ultima tappa. Le ammiraglie sono già partite verso Velden, il carrozzone Giro sta sbaraccando. Non lontano da porta Manin c’è un capannello di gente. Tifosi, vecchi e giovani. Molti con un foglietto e una penna in mano. C’è una golf bianca. C’è Gino Bartali. Il vecchio campione ottantenne (sarebbe morto 10 anni dopo, il 5 maggio 2000 a 86 anni) saluta, firma autografi. Fa battute con quel vocione unico. Poi saluta, riparte per un’altra tappa. Indimenticabile. Quarantasette anni prima. Terontola, frazione di Cortona, non lontano da Perugia. Lontanissimo da Firenze. Gino Bartali è “IL” campione del ciclismo italiano, nonostante la guerra stia squassando l’Italia e gli italiani. Dopo l’8 settembre quella stazione è tra le piú controllate da tedeschi e repubblichini. È uno snodo ferroviario, tra Firenze e Roma, il posto ideale per intensificare i controlli. Ginettaccio arriva da Firenze, per i tedeschi è un campione in allenamento, per gli altri è la salvezza. Si ferma dall’amico-tifoso falegname a mangiare un panino col prosciutto e a bere un po’ d’acqua e intanto tiene d’occhio la ferrovia. Poi, quando arrivano i treni, piomba in stazione. Capannello immediato di gente intorno a lui: ecco Bartali, il vincitore del Tour 1938, di due Giri d’Italia e di una miriade di corse. Anche i soldati tedeschi si fermano ad acclamarlo. Lui addirittura invita qualche militare a tenergli d’occhio la mitica Legnano. Sí, quella che all’interno del telaio contiene documenti contraffatti utili a salvare ebrei e rifugiati, si calcola che abbia contribuito a salvarne piú di 800 il campione toscano tral’8 settembre e la liberazione, a Firenze arrivata l’estate successiva.

    Urla, strepiti, caos in stazione, proprio quello che serviva a chi scappava per evitare i controlli. Questo era Bartali. Oliviero Beha nel suo magnifico “Un cuore in fuga” (Piemme, 272 pagine, 14,90euro, la metà in versione e-book) racconta tutto questo. Racconta quello che Ginettaccio, il rivale-amico di Fausto Coppi, nella vita non ha mai raccontato. Già, perché non l’abbia fatto, perché non abbia accennato nulla nemmeno all’amatissima moglie Adriana, varrebbe un libro, figurarsi tutto il resto.

    «Al giorno d’oggi – spiega il giornalista-scrittore, fiorentino come Gino – molti non fanno e si affrettano a raccontare quello che pensano di aver fatto. Bartali invece faceva e poi non raccontava nulla. Mai, salvo qualche accenno al figlio Andrea. Il campione è a tutti gli effetti un grande del Novecento, con la sua vita ci ha raccontato la genesi del bene». La storia del campione che, persi i 5 anni migliori della carriera causa la guerra, tornò in sella, diede vita a sfide epiche col rivale Coppi e vinse un Tour de France a 34 anni, dieci dopo il primo successo, in quegli anni un’età improponibile per un’impresa del genere, è meravigliosa e molto attuale.

    «Oggi – continua Beha – c’è un vuoto di valori impressionante, domina la cronaca nera, che piú nera non si può; Bartali è la dimostrazione, invece, che il bene può trionfare nella vita. Sí, la storia di Gino, la storia non raccontata dal campione e uscita allo scoperto dopo la sua morte, deve essere raccontata ai giovani, deve essere insegnata nelle scuole». Come si compete appunto a un grande nel Novecento. Beha non racconta il Bartali campione, o ne racconta poco, raccontail Gino privato. Il Pio Gino, quello che conobbe 5 papi, ma con tre di essi ebbe frequentazioni assidue. Pio XII gli mandò pure una lettera ringraziandolo per quanto stava facendo per i poveri e i bisognosi a Firenze. Solo per quella lettera, intercettata dalla polizia segreta, Bartali fu rinchiuso per tre interminabili giorni nella villa degli orrori a Firenze. Quella della famigerata “banda Carità”. Chi entrava dagli aguzzini a casa non tornava. Bartali riuscí a tornare a casa solo per il rotto della cuffia. E riprese i suoi allenamenti “con la storia”. Firenze-Genova. E poi Firenze-Assisi, la città del Santo era il centro della falsificazione dei documenti per consentire agli Ebrei di sfuggire alla morte. Non seppe dire no al cardinale di Firenze Dalla Costa che lo convocò affidandogli la missione. «Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare», diceva Bartali. Il brontolone, il bastian contrario.

    «Quanto è attuale quella sua frase – continua Oliviero Beha – una cruda lettura della realtà di allora e di quella d’oggi». Aiutò, nascondendola in una casa del centro di sua proprietà, una famiglia di cari amici ebrei, i Goldenberg, nell’imminenza della liberazione tolse dall’assedio tedesco un gruppo di soldati inglesi rischiando d’un niente la certa fucilazione. Vide nascere e morire il suo secondo figlio, rischiando di perdere anche l’amata Adriana, nelle ultime ore dell’occupazione nazista della città, quando Hitler ordinò alle sue truppe in ritirata di bombardare tutti i ponti eccetto il Vecchio. Dopo la guerra? Un giorno rischiò di essere fucilato da un gruppo di partigiani rossi mentre cercava con alcuni colleghi ciclisti di ritrovare la forma con allenamenti estenuanti. Lo accusarono d’essere fascista e d’aver vinto un Giro di Francia, nel1938 in nome del regime, quando proprio il fascismo gli mise i bastoni tra le ruote al Tour de France 1937 (quello della caduta nel torrente) e gli impedí di partecipare al Giro 1938, che avrebbe vinto sicuramente, per preparare la grande Boucle. E Coppi? «Fausto non aiutò mai Gino – ricorda Beha – mentre Gino aiutò Fausto un sacco di volte. Al Giro del 1940, quando sulle Dolomiti la giovane maglia rosa fu spronata a continuare da quello che era il capitano ben piú famoso. Ma anche quando gli procurò un appuntamento col Papa perché l’amico voleva tornare dalla moglie dopo la tumultuosa storia con la Dama Bianca». Questo era Bartali. «Quello che da vecchio – spiega l’autore del volume- costrinse il figlio Andrea ad accompagnarlo a vedere dove Pallante sparò a Togliatti nel 1948». Certo, perché Gino, questa storia la raccontò eccome: nel 1948 vinse il Tour con una cavalcata sulle Alpi proprio il giorno dopo l’attentato al leader del Pci che rischiò («almeno al nord», ricorda Beha) di far piombare l’Italia nella guerra civile. De Gasperi telefonò in Francia a Gino. Gli chiese un aiuto. Lui eseguí, trionfò “e i francesi ancora s’incazzano” come scriverà Paolo Conte nella sua canzone piú bella dedicata al campione di Ponte a Ema. Ma no, la storia degli ebrei salvati a centinaia no, quella Ginettaccio non la raccontò mai. Beha ha una chiave di lettura interessante: «Voleva che la gente lo ricordasse come un grande campione di ciclismo, non come un eroe della guerra». Ma quel segreto è destinato a essere felicemente sveltao: Israele nel 2013 inserisce Bartali nel Giardino dei Giusti tra le Nazioni. «I giornali ne parlano un giorno, due, poi nulla», spiega Beha. «Io simpatizzante di Coppi, ma soprattutto di Gaul, cerco, mi appassiono, ricordo mio padre bartaliano, racconto quello che Gino non voleva raccontare».

    Un libro, “Un cuore in fuga” che diventerà presto un docu-film internazionale e un testo teatrale, da leggere. Una storia da insegnare nelle scuole. Per una volta tutta giusta, tutta da rifare.

    Postato da Redazione
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