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  • Oliviero Beha
     
    15
    feb.
    2016

    Quando lo stadio è comunque bianconero

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    napoli-juve

    Scriveva l’inarrivabile e maldestramente imitato in corpulenza Gianni Brera fu Carlo (magari nella sua villa di Bosisio Parini, anni fa andata a fuoco) che “il pareggio per zero a zero è la partita perfetta”, perché significa che nessuno ha sbagliato nulla. Il vecchio difensivista, esimio Gadda dei poveri, esagerava allora come esagererebbe oggi: basta un tiro da lontano all’incrocio, imparabile, per smentire in qualche modo la tesi (è impossibile impedire sempre e comunque a qualcuno di tirare da distanza sconsigliata), e nel caso di Juventus-Napoli basta addirittura un tiro deviato, che non perfeziona la sfida-scudetto ma la aggiudica dopo un’ora e mezza di schermaglie. “Avremo con noi tutto uno stadio” (si sa dei napoletani esclusi dal Prefetto per i rischi di ordine pubblico), dicevano alla vigilia gli juventini con in testa Allegri: a proposito, chi si ricorda che in settembre quand’era quint’ultimo in classifica lo definivo qui un eccellente allenatore? “Invece noi abbiamo alle spalle tutta una città”, replicavano compunti nella missione/scudetto i napoletani di Sarri. Una partita breriana dominata dalla psicologia per più di un’ora e tremebonda poi nella stanchezza, con il Napoli a dimostrare e la Juve ad essere ma non abbastanza, ha infranto la sua naturale sterilità su un tiraccio di Zaza Simone, che non deviato sarebbe stato ad occhio parato. A quel punto Sarri ci ha illustrato come aveva pensato la partita: ovvero da leader della classifica che tiene a bada i Campioni, e non si duole di un pari e dell’imbattibilità di periodo.

    Infatti molto dopo che Allegri aveva goduto del caso (infortunio di Morata, entrata del summenzionato Zaza), a quattro minuti dal fischio finale recupero compreso, ha spedito dentro Gabbiadini Manolo sperando in un miracolo. Ma benedetto allenatore con gli attributi e i droni mischiati, non dovevi giocartela a cuor leggero? E che aspettavi a utilizzare il più “affamato” dei tuoi? Così Zaza batte Gabbiadini l’incolpevole e la Juve il Napoli, lasciando complessivamente l’impressione che non sia poi tutto già deciso per le prime due e per le immediate inseguitrici. Come nel ciclismo, se arriva per qualcuna delle prime cinque la classica “bambola” magari lunga un mese, ci potremmo anche divertire di più, in qualità di testimoni del tempo e del campo intendo. Ma a proposito di stadio, e ignorando il Festival dei pensionati sanremesi, detto che quello della Juve significa punti, soldi, visibilità, ambiente ecc., quando parlo di stadio bianconero in realtà ce l’ho anche se non soprattutto con quello di Udine. Un gioiello da parecchi punti di vista, malgrado tutto poco raccontato, di cui mi sono invaghito alla prima occhiata. Lo stadio Friuli, ribattezzato con lo sponsor “Dacia Arena”, è una boccata d’Europa in un Paese scivolato giù, molto giù, oltre il Mediterraneo. E’ uno stadio rimodellato “a rate” per il calcio, in cui si può soffrire perché l’Udinese quest’anno vince poco e troppo spesso perde (come ieri, contro un Bologna che l’ha spappolato a metà campo) ma ci si può inorgoglire di avere tracciato una strada, quella degli stadi moderni destinati a riempirsi e a non fungere solo da set tv.

    Contrariamente ai Della Valle o ai Pallotta, il cui fine “stadistico” non prevede la creatura “nuovo stadio” come obiettivo in sé bensì come pretesto per altro (chi ci deve speculare sopra ingrandendo l’area , chi se lo fa e magari lo vuole affittare allo stesso club che possiede…), a Udine lo stadio come si deve è un valore in sé, dove portarci chiunque in visita, dagli imprenditori fashion ai bambini delle elementari in assenza completa di barriere e reticolati. Non solo: mentre altrove c’è un corpo a corpo maleaugurante con le amministrazioni comunali, in Friuli modello tedesco c’è stato un tavolo tra il sindaco e la proprietà per arrivare a questo profondo maquillage architettonico. Che funziona a meraviglia superando (per ora, ma ho fiducia..) perfino il gap tra stadio all’avanguardia e squadra in retroguardia. Come dovrebbe essere, giacché certamente conta il risultato ma è un risultato in sé far tornare chiunque sugli spalti in buone condizioni di spirito. E gli spalti si vanno riempiendo. Mentre le casse del Comune hanno smesso di svenarsi per le spese di manutenzione da stadio. Bianconero. Perché non viene seguito questo esempio europeo, un modello per tutti? Ah, saperlo…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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