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    18
    mar.
    2016

    A proposito di Bellezze, due anni dopo

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    Una scena del film premio Oscar "La Grande Bellezza"
     
    Una scena del film premio Oscar "La Grande Bellezza"

    Ho appena ricordato qui Dario Bellezza, poeta e amico, con il titolo a lui dedicato parafrasato dal film di Sorrentino “La grande bellezza”. Poiché il senso delle cose si misura nel tempo, vi ripropongo quello che dicevo in un’intervista due anni fa, subito dopo l’Oscar dato a questo film. Per capire se avevo torto, ragione, ragione e torto, e anche per fare memoria sul film e i suoi dintorni, giacché oggi tutto sembra sparire inghiottito dall’istante. Ecco il testo di allora.

    o.b.

    “La Grande Bellezza” di Sorrentino: dov’è l’idea?
    La mia intervista a Cadoinpiedi.it sul film “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, 4 marzo 2014

    Il giorno dopo l’Oscar l’Italia si divide tra chi considera La Grande Bellezza un capolavoro vicino a La Dolce Vita di Federico Fellini e chi, invece, lo giudica un’opera incompleta. Cadoinpiedi.it ne ha parlato con Oliviero Beha, giornalista e autore che ha detto: “È come un gelato con tre gusti che confluiscono nell’idea di Roma. La città viene fuori tirata per i capelli, ma manca il fil rouge. Manca Ennio Flaiano”.

    Il giorno dopo la vittoria de La Grande Bellezza che si è aggiudicata l’Oscar come miglior film straniero, l’Italia è già divisa. C’è chi giudica il film di Paolo Sorrentino un capolavoro e chi lo ritiene un’opera mediocre. Chi pensa che abbia raccolto – finalmente – il testimone da La Dolce Vita di Federico Fellini e chi crede che in fondo il regista napoletano non sia riuscito a cogliere le sfumature della grande bellezza romana, quella vera. La capitale, in ogni caso, è protagonista della pellicola insieme a Jep Gambardella. Ma esiste la Roma raccontata dal film? “Roma non è solo la capitale d’Italia, ma come Atene, come New York è una città che va oltre la sua collocazione” ha detto a Cadoinpiedi.it Oliviero Beha, giornalista e autore de Il Culo e lo Stivale (Chiarelettere, 2012). “La grandezza di Roma sta nelle sue rovine, la fine di Roma sta nelle sue macerie. Sarebbe difficile spiegalo al sindaco Marino che forse dovrebbe studiare per capirlo”, ha detto Beha.

    DOMANDA: Ha visto il film?
    RISPOSTA: L’ho visto. Era morto da poco un collega molto bravo, Giuliano Zincone, ero stato al funerale ed effettivamente richiamava l’atmosfera che Sorrentino ha messo nel film.

    D: Ma le è piaciuto?
    R: Ho twittato: “Meglio così, Sorrentino se lo merita come e più del film”.

    D: Anche lei è d’accordo sul fatto che non sia la sua opera migliore?
    R: Senz’altro non era il suo miglior film. Era il più premiabile. Ma come livello di difficoltà e di senso non c’è paragone con Il Divo. Se fossimo nei tuffi, dove il punteggio varia a seconda della difficoltà, Il Divo era un quadruplo salto mortale carpiato. Sorrentino ha fatto vedere che valeva sin dal suo primo film. Il vero punto è che i film oltre che girali in modo splendido vanno pensati e scritti. E questo, forse, poco era pensato e poco scritto.

    D: In che senso?
    R: Diciamo che si sente la mancanza di Ennio Flaiano: è un film machiettistico, non c’è un filo che lo tenga insieme e invece ci poteva essere. Lo sceneggiatore e il regista hanno pensato, sbagliando, che potevano bastare loro.

    D: La Roma descritta da Sorrentino le è sembrata reale?
    R: È reale, è parzialmente reale, ed è anche una caricatura. È come un gelato con tre gusti che confluiscono nell’idea di Roma. Roma viene fuori, anche tirata per i capelli, ma manca il fil rouge.

    D: In che senso?
    R: Il film comunica una Roma da film invece che una Roma reale. Che non è una contraddizione, perché quando uno guarda un film e se ne accorge c’è qualcosa che non va. Si rimane in mezzo al guado tra un eccesso e un difetto di consapevolezza.

    D: Lontano da La Dolce Vita, quindi?
    R: La Dolce Vita è l’unico film di riferimento di quest’opera di Sorrentino. E prima citavo Flaiano, che era il terminale di un modo di sentire la città dell’epoca, che è intellettuale, artistico, politico. Ne La Grande Bellezza manca una Roma di questo genere. La sensibilità di Sorrentino è di grande creatività e di grande bravura tecnica, ma non basta.

    D: Ma la grande bellezza della Capitale c’è ancora?
    R: Sono quei momenti assolutamente impadroneggiabili e imperdibili come i tramonti romani, la luce sulle rovine. La grandezza di Roma sta nelle sue rovine, la fine di Roma sta nelle sue macerie, sarebbe difficile spiegarlo al sindaco Ignazio Marino che forse dovrebbe studiare per capirlo. Ma c’è una nostalgia della Roma di una volta, e c’è una storia impareggiabile, che per il momento nessuno ci può levare.

    D: Quant’è cambiata Roma da La Dolce Vita a La Grande Bellezza?
    R: È cambiata soprattutto perché la Roma di Fellini aveva una sua identità e un senso di questa identità. Oggi d’identità non c’è niente, al massimo un identikit di polizia. E non è un problema romano, è un problema italiano. Roma non è la capitale d’Italia e basta, Roma è un’altra cosa, come Atene: sono città che vanno oltre la loro collocazione, come New York simbolo della modernità dove Pasolini voleva un girare un film: sono idee, immagini, collocazioni, c’è una tenuta che si scontra con la realtà di tutti i giorni.

    D: Com’è Roma oggi?
    R: Le borgate sono vuote, dimenticate. Il centro è un suk di quart’ordine, il Palazzo è diventato “i palazzi”, quelli dei palazzinari che affittano a cifre da capogiro. È tutto un po’, o molto, degradato.

    D: Umberto Pizzi, fotografo della Roma piaciona, dice che non esistono nemmeno più quelle feste di cui parla Sorrentino. Cosa ne pensa?
    R: Sorrentino ne ha fatto un film e ha fatto capire a tutti che stava facendo un film. Umbertone dice nella pratica di uno che batte il marciapiede quello che dicevo io prima: non è obbligatorio fare un film sulla cronaca, infatti Fellini tutto ha fatto tranne che quello, ma la cronaca in lui è funzionale a un’idea di cinema. Qui dov’è l’idea?

    Postato da Redazione
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