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    16
    mar.
    2016

    Ave Matteo, il vero obiettivo dei fratelli Coen

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    dalema-renzi

    Confesso che nel tourbillon delle recenti vicende politiche nostrane di alto spessore mi ero un po’ perso, in deficit di comprensione. Come poteva essere ad esempio che Massimo D’Alema si scagliasse contro Renzi (facendogli ovviamente un gran favore) usando per il caudillo toscano proprio la definizione di “arrogante”, lui che ne aveva indossato l’aureola per quasi trent’anni, in un impeto di autolesionismo verbale e quindi fattuale allo stato puro? Oppure che Renzi si esponesse quotidianamente a magre di ogni tipo, in politica interna ed estera, in una sfilza di esibizioni spettacolari e contraddittorie da lasciare senza fiato: in visita a Pannella con atteggiamento e parole come se fosse in tribuna, allo stadio, oppure nella ininterrotta comunicazione di dati positivi sull’Italia “che ha cambiato verso” mentre gli indicatori economici tremano e il debito pubblico sale di più oggi che un anno fa, sempre con lui a Palazzo Chigi. E l’impancarsi sbandierato in patria contro la Merkel salvo poi ridursi a più miti consigli nel consesso europeo? E la disponibilità italiana a mandare soldati in Libia negata in tv nella fase piaciona e rispuntata nei contatti internazionali? E la Boschi che senza rossori in aula gestisce il decreto sulle banche con un padre così, che risulta ormai possessore solo di un orto?

    Per non parlare delle primarie: sembra che nella palude di votanti a cottimo non se ne salvi nessuno, né a destra né a sinistra ridotte ormai a sostantivi di pura convenzione e di nessuna convinzione. Uno come Bertolaso che evoca (alla D’Alema di cui sopra) il “terremoto” metaforico per la Capitale, dopo le sue gesta all’Aquila? Oppure la Meloni che è mamma “politica” ed “elettorale” a fasi alterne, ritoccando la sua posizione come una foto da manifesto? E Berlusconi in liquidazione che tanto per gradire dà a Salvini del “pappone”? E i magheggi di Napoli per cui persino Bassolino riesce a sembrare in qualche modo se non proprio il “nuovo” almeno il “pulito a chiazze”? E l’estetica delle candidature che a Milano favorisce l’auto espulsione della Bedori (M5S…), come in un concorso –che so – per vigili urbani dove il candidato non raggiunge l’altezza minima oppure come nel film di Sordi col famoso “dentone” per la lettura del telegiornale (quando ancora c’erano i tg), se non altro campione di discriminazione al maschile? Ho scritto “film”?

    Ebbene, davvero ci sarebbe da perdersi in una giungla di insetti se nelle sale non fosse arrivato un film che spiega benissimo la situazione italiana e fornisce di essa una più approfondita chiave di lettura, su più livelli. Dopo aver visto Ave, Cesare!, dei magici fratelli Coen, risulta perspicuo a tutti che, travestita da Hollywood anni 50, la realtà raccontata è quella italiana contemporanea. Anche la crisi delPd, sul promontorio della quale si affacciano le più brillanti menti politologiche sopravvissute ai talent, viene raffigurata dalla scrittura e dalla regia dei fratelli in modo inequivocabile: come non rintracciare una parvenza di Renzi nel Clooney ironico con la doppia velocità di chi fa lo scemo ma è davvero intelligente, come pure la finzione corale dei Nostri nel paesaggio così artificiale da parere autentico degli “studios” hollywoodiani? E che tutto sia spettacolo e niente altro non è forse l’interpretazione più giusta di queste decadi italiane, passate da un Berlinguer ai D’Alema, da un Berlusconi ai Renzi ma sempre in costume? E allora perché disperarsi in un’opposizione vera o simulata, oppure darsi troppa pena nel servire il potere di turno? I film finiscono, basta capire quando, dall’ora che si è fatta e dalla particolare piega che ha preso la colonna sonora…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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