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  • Oliviero Beha
     
    09
    mar.
    2016

    Regeni, ora è un delitto di Stato

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    Le notizie sui depistaggi che si sovrappongono dal Cairo rendono l’omicidio sempre più un fatto di Stato. Dello Stato egiziano, che copre vergognosamente, dello Stato italiano che per ora fa ammuina non prendendo alcuna decisione e aspettando che “passi il tempo”. Troppi interessi tra i due Paesi, passando per l’Eni. Ma se Al Sisi è quello che gravemente è, cronaca politica e cronaca nera in primis, anche Renzi sta diventando quello che è.
    o.b.

    TUTTI I DEPISTAGGI SULLA MORTE DI GIULIO REGENI – DOPO IL RITROVAMENTO DEL CADAVERE, GLI AGENTI, INVECE DI AVVERTIRE L’AMBASCIATORE ITALIANO, INTERROGARONO AMICI E CONOSCENTI DEL RAGAZZO – LA POLIZIA AVEVA CERCATO REGENI A CASA SUA GIÀ A FINE DI DICEMBRE E UNA VOLTA MINACCIARONO LA PERQUISIZIONE
    Ma c’è anche un altro indizio che accredita il movente politico – Dopo la morte di Giulio e la pubblicazione, il 6 febbraio, con la firma di Regeni sul Manifesto dell’articolo che raccontava l’assemblea dell’11, la polizia egiziana si mette nuovamente in allarme – E torna a fare domande che con la ricerca dei responsabili non hanno nulla a che fare…
    Dagospia.com

    Carlo Bonini e Giuliano Foschini per www.repubblica.it
    In cinque settimane nessuno ha neppure provato a cercare la verità sull’omicidio di Giulio Regeni. Al contrario, il depistaggio sul movente, i mandanti e gli esecutori, è cominciato appena il cadavere è stato ritrovato. Due diverse testimonianze indicano infatti che nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del corpo, la mattina del 3 febbraio, la polizia egiziana si mise al lavoro per confondere le acque. Le persone più vicine a Giulio furono segretamente interrogate nella stazione di polizia di Dokki, dove gli furono chieste con insistenza notizie sulla vita privata di Giulio, sulle sue inclinazioni sessuali.

    E tutto questo mentre il nostro ambasciatore, Maurizio Massari, veniva tenuto volutamente all’oscuro della morte del ricercatore (lo avrebbe appreso “ufficiosamente” soltanto la sera del 3 da una fonte confidenziale egiziana). Di più. La polizia del Cairo conosceva Giulio Regeni. E lo cercò nella sua abitazione di Dokki senza trovarlo, nel dicembre scorso. Una circostanza ufficialmente smentita nei verbali di interrogatorio dei condomini del palazzo ma confermata a Repubblica da due diverse nuove fonti.

    L’INTERROGATORIO NOTTURNO
    L’otto febbraio, sull’aereo che lo riporta in Italia, viene “esfiltrato” il suo amico al Cairo. È un ragazzo italiano che ora vuole interrogare la procura di Giza. Lo chiameremo F. (Repubblica conosce ma non svela l’identità per garantirne la sicurezza) e ha avuto modo di ricostruire, nella testimonianza resa ai nostri investigatori, dettagli cruciali per comprendere cosa è accaduto prima dello scomparsa di Giulio e dopo il ritrovamento del suo cadavere.

    F. viene convocato la sera del 3 febbraio nella stazione di polizia di Dokki, a qualche centinaio di metri da dove Giulio viveva. F. non sa ancora che il corpo del suo amico è stato ritrovato poche ore prima su un cavalcavia del quartiere 6 ottobre. Ma la polizia egiziana ha urgenza di sentirlo. Lui e tutte le persone a Giulio più vicine. Tra loro anche il professor Gennaro Gervasio.

    “Seppi quella sera della morte di Giulio – dice F. ai nostri investigatori in una lunga testimonianza – Me lo comunicarono nella sala d’attesa del commissariato. Mi avevano convocato “per farmi alcune domande”. Mi interrogarono in sei, forse sette. Non c’erano magistrati. Cominciarono a chiedermi di Giulio, dei suoi studi, delle sue relazioni al di fuori della ragazza con cui stava, se facesse uso di sostanze stupefacenti “.

    Perché interrogare immediatamente tutti gli amici più vicini a Giulio senza darne avviso al nostro ambasciatore, Maurizio Massari, che il 26 gennaio ne aveva denunciato la scomparsa? Perché non comunicargli ufficialmente che il corpo era già in un obitorio della città, che la polizia già faceva domande, e lasciare che il nostro ambasciatore venisse allertato solo in modo “ufficioso” da una fonte del ministero degli Esteri egiziano? Forse per impedire quello che poi sarebbe accaduto? Che l’ambasciatore vedesse in quali condizioni era il cadavere prima dell’autopsia?

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    Postato da Redazione
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