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    09
    mar.
    2016

    Sviluppo Italia, dall’antipolitica alla parapolitica

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    primarie pd

    Non sono affatto sorpreso che Renzi abbia fatto spallucce di fronte ai numeri delle primarie romane, né che al momento non gli abbiano scucito un baffo i pasticci di quelle napoletane. Del Pd, di cui è credo segretario. Né stupisce che la quantità e la qualità di tali primarie sia andata a farsi benedire (o fottere…), specie ripensando allo spirito e alla lettera della prima versione, nell’ottobre 2005, con l’Ulivo di Prodi. Ci sembrava (parlo per le file alle sezioni quindi con esperienza diretta) che fossimo impantanati bene bene con Berlusconi e la sua band e che forse neppure Prodi sarebbe bastato… Comunque le primarie che altro erano se non un modo per riempire il buco tra i cittadini e la politica? Poi venne il tempo dell’antipolitica (definizione astrusa, ingannevole e truffaldina), dei movimenti di popolo e del M5S. E poiché la politica è fatta di gesti ma anche e qualche volta soprattutto di parole, le pietre della vulgata, forse è il momento di tirare fuori dalla pietraia un nome diverso per l’attuale situazione: il buco del 2005 è diventato una voragine, e se fatichiamo a chiamare ancora cittadini un popolo di rassegnati e menefreghisti figuriamoci se possiamo chiamare ancora politica “questa cosa qui”, che abbiamo sotto gli occhi, ovviamente non solo per Renzi e i suoi ma un po’ per tutti.

    Propongo a braccio “parapolitica”, che ha il vantaggio polisemico e fonetico di rimandare insieme a una vicinanza, alla periferia della politica, e alla paraculaggine diffusa dei nostri eroi. Ed è a mio modestissimo avviso la politica aggiornata in parapolitica che dovrebbe preoccuparci, e non tanto e non solo la impresentabilità dei suoi attuali interpreti che ne sono in una la causa e l’effetto. Certo, quando leggo quello che scrive il Direttore di questo giornale sulla stampa di regime non posso che concordare, così come quando occhieggio alle disamine di Buttafuoco sulla statura nanesca dei candidati al Campidoglio. Ma tutto ciò attiene alla superficie desertica che copre la voragine e nulla ci dice di illuminante o anche solo rischiarante sul futuro. Per questo non mi meraviglia che a Renzi vada bene così, e sarei felicissimo per lui che tenta di raggiungere il suo obiettivo di monopolista parapolitico se non ci fossero tutte le avvisaglie, interne ed esterne al Paese, di una deriva.

    Negli anni della crisi i patrimoni dei più ricchi sono cresciuti, mentre il Paese, dalla disoccupazione giovanile alla tenuta sempre più a rischio delle classi medie, perde vistosamente colpi: basta girarlo, ma non in auto blu o in elicottero. Intendo dire che i progetti e la galoppata di Renzi – senza neppure il bisogno di discuterli – in altri frangenti potevano avere un senso e una possibilità di riuscita, oggi cozzano non contro le opposizioni parlamentari (figurati, Verdini, Alfano, Berlusconi a mezza pensione…) bensì contro la realtà. Che non fa sconti. Consiglio di leggere il recente volumetto di Paolo Cirino Pomicino, “La Repubblica delle giovani marmotte”, a colpi di “capitalismo finanziario” e “verticalismo senza partiti e senza popolo”, per ritessere il filo di un quarto di secolo. Certo, non sono anni nati sotto un cavolo, e su questo almeno qui il vivace “O’ Ministro” glissa. Né si esprime sulla mutazione antropoculturale degli italiani, di cui la nebulizzazione della politica è un agente, ma non il solo. E a proposito: non sarebbe il caso di parlare dei dati del Viminale sui detenuti usciti per lo più con programmi di protezione tra il 1993 e il 2005, più di 10 mila, collegati alla lieve questione della trattativa “Stato-Mafia”, che Pomicino cita? Interessa l’oggetto?

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
     commenti
    Commenti
    1
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    Dama nera .
    09/03/2016 alle 23:26
    A proposito di fottere..ma che ce fa là boschi sempre insieme a Renzi in ogni appuntamento istituzionale?

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