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  • Oliviero Beha
     
    04
    apr.
    2016

    Nostalgia di Maldini, “el can de Trieste”

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    cesare-maldini

    Se con Johan Cruyff se ne è appena andato un genio del calcio che ne ha fatto la storia, con Cesare (leggi per tutti “Cesarone”) Maldini, scomparso nella notte tra sabato e domenica a 84 anni, è un pezzo di presepe del calcio italiano intergenerazionale, dagli anni ’60 in poi, che si è staccato. E’ stato un eccellente difensore del Milan Campione d’Europa 1963, un discreto “secondo” di Bearzot nella famosa (famigerata?) “Spagna ‘82”, un tecnico vincente con l’Under 21 azzurra per tre edizioni di Europei, un C.T. limitato della Nazionale maggiore nei Mondiali del ’98, in Francia, vinti da Zidane e soci che avevano eliminato ai rigori ai quarti l’Italia che doveva essere di Baggio e fu invece di Del Piero. Ho negli occhi da stadio e da tv lo stile del difensore centrale (allora il “libero”), che usciva con sicurezza dalle mischie quando non lo faceva con sicumera, combinando le storiche “maldinate”.

    Ho nelle orecchie i discorsi con Nereo Rocco, a Milanello, nelle ultime stagioni al Milan del paròn, che diceva di Cesare “era un signore dell’area di rigore, ma anche un mona, mi faceva disperare”. E quelli con Lelio Luttazzi, triestino come loro, nella sua casa di Ceri nel finale di una vita rovinata da un arresto e una detenzione ingiusti, che pensando anche a Rocco aveva escogitato lo scherzo canoro de “El can de Trieste”: faccenda da bevitori, per un Cesarone invece astemio, come il fuoriclasse superiore al padre che è stato il figlio Paolo, il miglior difensore italiano degli ultimi trent’anni. Entrambi hanno fatto la storia del Milan, e molto si doleva lo scomparso genitore del fatto che la berlusconeide ingallianata delle stagioni recenti non avesse tenuto in alcun conto la disponibilità milanista fino al midollo di Paolo. Sembravano perfetti, padre e figlio, nel mix campo e fuori campo, e di sicuro l’aspetto incontestabile di “Cesarone” era la filigrana di moralità e rispetto di cui era fatto.

    A bandiere abbrunate, grande nostalgia di quei personaggi e di quel calcio, con tutte le sue storture iniziali, con molto meno denaro e senza business televisivo, con storie avventurose di successo e perdizione, foto sbiadite di un Paese con tutt’altra personalità e voglia di vivere. Si correva di meno, erano meno atleti ma più giocolieri, l’epica la faceva da padrona, l’alone del mito non aveva bisogno d’essere pompato senza tregua mediaticamente. Con Cesare Maldini è una tessera di quel mosaico che si scolla, ancora più importante per la continuità di stirpe garantita poi “in un altro calcio” dal figlio Paolo cresciuto secondo i paradigmi del padre. Dopo un’altra brutta sconfitta del solito Milan né carne né pesce degli ultimi tre anni, Sinisa Mihajlovic ieri in tv ha detto che “questa generazione di calciatori ha pochissima personalità, non è come eravamo noi”, per spiegare una mollezza temperamentale che finisce per farti scomparire in campo nei momenti di difficoltà. La sua generazione è già quella di Paolo, ma la nostalgia qui è per quella di Cesare…

    Nel frattempo si schiariscono i contorni del campionato, perché la pragmaticità inestetica della Juve fa punti mentre il nervosismo a tutto campo di Higuain-e Sarri- li smarrisce per strada. Chissà quanto guadagnerà chi ha comunque scommesso sulla Juventus campione per la quinta volta consecutiva come nei primi anni ’30 nell’autunno scorso, quando era partita da zona retrocessione: in un calcio (e uno sport) governato dal business del betting, con pubblicità ovunque corredata dall’avvertenza a presa rapida (“vietato ai minori, può generare dipendenza”…), sembrano queste le considerazioni decisive, che di sicuro a Maldini padre poco interesserebbero. Il tutto mentre continua il miracolo Spalletti, che se richiamato due mesi prima sarebbe vicino allo scudetto, il quale ha intronato Florenzi in luogo di Totti e De Rossi come “re di Roma”, così come continua la recessione della Fiorentina: chissà se adesso i dirigenti avranno voglia di passerelle televisive come un girone fa, per spiegare perché il Leicester di Ranieri (minuscolo bacino inglese) sta vincendo la Premier e la squadra dei Della Valle bros ormai va a gambero che è una bellezza…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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