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  • Oliviero Beha
     
    14
    lug.
    2016

    Berlusconi e Renzi, due splendide parabole

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    renzi-berlusconi

    Per apprezzare una parabola, di qualunque tipo ma in senso geometrico (anche se a volte coincide con quello allegorico), serve un minimo di distanza. Per cui infilare la testa nei “detti&contraddetti” non di Karl Kraus ma del suo geniale epigono Matteo Renzi non aiuta. Si, è vero, a un’osservazione non necessariamente ostile tutto quello che sta dicendo e contraddicendo da qualche settimana può risultare leggermente penoso. Che si tratti della Riforma in via di referendum, dell’Italicum, del rapporto risibile con il Parlamento a colpi di “sfiducia” (del premier nei confronti delle Aule) o dell’affaire banche, davvero sporchissimo, a base di padri & figli. Ma non bisogna troppo infierire, facciamo qualche passo indietro per disegnare la parabola. Renzi che parte per rottamare quattro anni fa non ha nulla all’apparenza del Renzi traballante di oggi. Forse fin dall’inizio (“Si diventa solo ciò che si è”, parafrasi personale di Nietzche) era poco più di un fuoco di paglia, forse la realtà politica e sociale di paglia del Paese gli ha preso fuoco e lui sentiva solo un po’ caldo. Ossia Renzi non era all’altezza di fare il Renzi, nel bene come nel male, e questa sua condizione mi pareva chiara da tempo. Mille volte è stato tradotto nell’erede di Berlusconi per una serie di ragioni antropodemocristiane che non sto a riassumere, pur essendo Silvio essenzialmente un uomo d’affari e Matteo un uomo di potere. Differenza che non avrebbe affatto impedito a Berlusconi di guidare ai tempi i Ds, se sapientemente glielo avessero chiesto invece di  semplicemente inciuciarci, o a Renzi di fare carriera in Forza Italia o altro nome in ditta senza farsi appesantire da pregiudizi ideologici.

    Ma l’arco discendente del Fiorentino ha moltissimo in comune oggettivamente con la traiettoria a “pallonetto” di Berlusconi. Certo, la prima si è concentrata in pochissimo tempo mentre la seconda si è sviluppata in un ventennio un po’ arrotondato, con dentro un paio d’etti di Prodi, una spruzzata di D’Alema, un pizzico ma proprio poco di Amato. Ascesa folgorante, graduale dissolvimento del “principio di realtà” per cui si perde il contatto con il Paese, tramonto, occaso, rotta. Magari con la distinzione nell’analogia che Berlusconi pur maldestramente ha segnato un pezzo di storia, il Nostro un po’ di mesi di cronaca. Ma le assonanze non finiscono qui, e proprio da qui dovrebbe iniziare un’autentica preoccupazione degli italiani, che votino “no” al referendum costituzionale come vorrebbe non l’antirenzismo calcistico ma un minimo di buon senso applicato, oppure “sì” per favorire la “governabilità” (ma dove, ma quando, ma per far che ridotti come siamo?).

    Durante l’era berlusconiana in solitudine – se non ricordo male – ho sostenuto qui e in una serie di libri che abbattere (speravo parlamentarmente) il Berlusca non sarebbe bastato a risanare il Paese, guasto da tanti, troppi punti di vista (cfr.per tutti “Dopo di lui il diluvio”, 2011). Giustamente di tale discorso non è fregato nulla a nessuno. Ci riprovo, perversamente. Siamo sicuri che dire no al referendum e a Renzi sia sufficiente a scuotere e riscuotere un Paese in questo coma, per certi aspetti soprattutto culturale e solo dopo politico e sociale (mentre mancano i soldi, perché chi può se li ruba, lo so…)? Non varrebbe la pena di prefigurarsi un domani per non ritrovarsi addirittura peggio, ipotesi che vi scandalizzerà ma è successo con Berlusconi e a Roma si dice che “il peggio non è morto mai”? Così, un po’ per celia un po’ per non morire, votiamo “no” ma facciamo anche altro per non ricadere in un dopo-Renzi che rispecchi il dopo-Berlusconi. Un Titanic dopo l’altro, non solo come rischio nelle urne…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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