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  • Oliviero Beha
     
    06
    lug.
    2016

    Elie Wiesel, la memoria e l’oblio italiano

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    Elie-Wiesel

    La morte sabato scorso di una figura cruciale come Elie Wiesel, premio Nobel per la pace e testimone degli orrori di un secolo, ha inevitabilmente riattizzato il discorso sulla memoria: che fare per non lasciar dimenticare le nefandezze della storia, come letteralmente commemorare (ossia fare davvero memoria insieme) fatti e persone, come innaffiare le radici dell’uomo nuovo che così facilmente dimentica quello vecchio. Tra i molti, anche a proposito di radici da innaffiare, qui ieri Furio Colombo che lo ha frequentato intensamente e che cita il suo “in un mondo colpito dalla siccità” a proposito di intellettuali, doveri, memoria. Ci ha fatto sapere la sua anche Roberto Saviano, di cui non vorrei mettere in dubbio la sincerità ma che sembra ormai vocato dopo anni di “iconismo” forzato a fare il Mida al contrario: tutto quello che tocca con le parole, sue o di altri, pare trasformarsi immediatamente in un’altra cosa, si parli del nobile Wiesel oppure della produzione tv di Gomorra e dei suoi dividendi (che lui considera per carità solo sotto il profilo etico).
    La messa cantata di un decennio dell’autore più reclamizzato in Italia (certamente da difendere – come si è fatto – quando gentina travestita da politici lo insulta gratuitamente) sembra sempre meno un fatto di memoria da tramandare e sempre più di moda da sostenere comunque e dovunque. Certe volte viene il dubbio che persino la sua figura cristologica senta il bisogno di un sacrale “andate in pace”, in napoletano “chi ha dato ha dato…”, ecc.

    Poiché però il periodico turibolare della memoria in un Paese come il nostro dedito alla deformazione della medesima e all’oblio rischia sempre la vanità o l’ipocrisia, per venire al sodo snoccioliamo un po’ di nomi dimenticati anche solo rimanendo nei perimetri dei grandi dello spettacolo. Sei settimane fa è morto Giorgio Albertazzi e in molti, in troppi, ne hanno considerato mediaticamente la dipartita alla stregua di quella di un attore portentoso, certo, che ha fatto la storia del teatro (e della tv) del secondo, lunghissimo dopoguerra, ma anche se non soprattutto di un ex fucilatore della RSI. Lo è stato, per carità, ma contrariamente a una nutrita cerchia di fascisti e repubblichini d’antan dal nome famoso, non lo ha mai negato. Pensate però che quasi fossero degli ultras da pessimo stadio l’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (sic!!!) lo ha ricordato con il titolo “Un bastardo che ci lascia”. È per questo che in realtà gli è stata negata una scuola di teatro (leggi secondo il suo vocabolario di “dissuasione teatrale”) che chiedeva da un pezzo, a Roma e Firenze? Adesso si fatica persino a intitolargli un teatro di spicco…

    Un altro fiorentino di altissimo rango internazionale è Franco Zeffirelli, con i suoi 93 anni e i suoi acciacchi. Soffre le pene dell’inferno per una Fondazione con tutto il suo straordinario materiale visivo e scenografico che Firenze gli ha promesso da sempre e la burocrazia invece gli allontana. Perché è stato senatore berlusconiano? E che c’entra con la sua arte? Sarebbe come se la scuola fiorentina di teatro affidata con celerità commovente l’anno scorso a Pierfrancesco Favino si dovesse al fatto che vota Pd…

    Non parliamo poi di un’attrice meravigliosa come Mariangela Melato, scomparsa ormai da tre anni e mezzo, di cui mi pare proprio che si stia smarrendo la memoria e temo non per sub ragioni politiche o parapolitiche ma solo per disattenzione, che forse è quasi peggio…

    Ho fatto tre nomi significativi, noti a tutti ma disarticolati da un ricordo istituzionale che favorisca la memoria del singolo e della collettività. Sensibile Paese a parole, un Paese fetente nei fatti…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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