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    31
    ago.
    2016

    I fatti e le parole. Autodafé di un “disfattista”

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    amatrice

    È passato un anno dalla morte di Oliver Sacks, universalmente riconosciuto come una delle menti più effervescenti dell’ultimo mezzo secolo. Affascinato dalla sua intelligenza, dal nitore professionale di neurologo, dalla chiarezza espressiva come scrittore, nonché dalla difesa ineccepibile della sua vita privata di omosessuale mai sbandierato, m’è presa come una voglia di confessione, di autodenuncia. Favorita anche dall’accusa che mi è stata rivolta in tv dal catastale vicepresidente del Pd: “Disfattista”, per di più di una generazione che porta le colpe di tutto (ed è in gran parte vero) e quindi in qualche modo “giustifica” i bersagli sbagliati dalla carabina olimpica di Renzi (qui ciurla nel manico). Ebbene sì, questo è l’autodafé di un disfattista, se non faccio né il pubblicitario né l’imbonitore e non difendo nessun interesse di parte ma sono preoccupato per un presente in retromarcia e un futuro indistinguibile. Se penso che Renzi stia completando l’opera di disfacimento di un Paese certamente in crisi da un pezzo e che sia quasi “sprecato” come presidente del Consiglio, con tutto quello che ci sarebbe da fare come comunicatore magari privato. Se ritengo indispensabile ma non sufficiente arginare con un “no” referendario una riforma fatta con i piedi, e non per liberarmi di Renzi ma perché non aiuta il Paese e casomai mischia le carte, si chiamasse Renzi oppure Bubu il suo autore. Se contemporaneamente non credo che il dovere di memoria dell’Anpi possa essere agitato sempre e comunque come spauracchio perché è l’Anpi: anzi, più chiariamo su quel periodo su cui ancora settant’anni dopo si sparge fuliggine non sempre in buona fede meglio è per tutti, in primis per i partigiani.

    Se di fronte a una tragedia come quella di Amatrice mi preoccupo più di quello che davvero si farà piuttosto che applaudire le scontate uscite retoriche del “noi non siamo come loro”, leggi Berlusconi per tutti: beh, prima lo si fa e poi lo si fa notare. Se credo purtroppo che a un popolo tra il rassegnato, il sospettoso e il diffidente non gli puoi raccontare dell’unità politica “nell’interesse nazionale”. Se viene spontanea, bene, meglio, altrimenti sembra una furbata parlamentare per quando ci saremo dimenticati vittime e macerie. Se coinvolto nella solidarietà di un Paese come al solito generosissimo in un’esaltazione del volontariato che prescinde dalla cappella del governo, giudico una forma di sciacallaggio preventivo come si è costruito, per poi piangere i morti. E oltre agli sciacalli nelle case, e all’orrendo turismo da catastrofe che segue quello macabro, mi ripugna anche la furberia di uno Zuckerberg che fa briciole di pubblicità alla Croce Rossa ma su Facebook di cui è proprietario per 500 mila euro, salvo poi incontrare Renzi e il Papa (l’avranno ringraziato?). E lasciando perdere le Olimpiadi a Roma, che proseguono la scia di una lettura fasulla e profittatrice sia delle prime che della seconda, sono certamente un disfattista col botto se penso che un Paese e una classe politica nelle sue varie declinazioni (o si dice narrazioni, ormai?) che stiano zitti dopo una puntata come quella di Presadiretta sull’omicidio di Stato Regeni, per una volta che la Rai fa davvero servizio pubblico, è uno scandalo incommensurabile che ricade su tutti noi e non solo sulla famiglia del giovane assassinato. Del resto Iacona, come la Gabanelli, sono da sempre “foglie di fico” nel disinteresse totale o parziale (era in prima pagina?) anche dei media. Quindi, come confiderei a Sacks, sono un irredimibile disfattista, ha ragione Matteo Ricci e il suo plotone di esecuzione conformista. Ma se sono un disfattista, loro sarebbero i “fattisti”? Sicuri? E allora che paura c’è a verificarlo con il voto il prima possibile?

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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