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    21
    set.
    2016

    Le donne, questione molto (troppo?) politica

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    tiziana-cantone

    Domenica scorsa, a Taormina, varie associazioni guidate da “Tra-Ormina Forum” manifestavano conpassione in un’occasione il cui titolo poteva già dire tutto: “Io sto con le donne – gli uomini scendono in piazza”. Nel frattempo, quella stessa domenica, la cronaca nera non ci faceva mancare l’ennesima donna massacrata (pare dal marito, per capirci e senza scivolare su razzismi verbali non l’energumeno di turno ma un medico di bella presenza televisiva). Il tutto nell’ambito della buona borghesia (se esiste ancora) della “civile Ravenna”. In questo Paese sempre più imbarbarito, che scambia una crisi etica e culturale profonda a quanto pare solo per una congiuntura economica assai negativa (che il premier è abituato a risolvere “agli orali”…), persino il “femminicidio” rischia di diventare una “rubrica”. Che dopo un lampo di indignazione annoia, malgrado le manifestazioni maschili e femminili di chi non vuole accettare questa realtà orrenda.

    Sul web ho letto di “derive femministe” e altre più o meno consapevoli amenità. Forse una ripassata alle immagini delle donne straziate sarebbe utile, o forse neppure quella, in un’amoralità indifferente che ha trovato in Internet la propria dimensione esemplare. Il caso di Tiziana Cantone basta e avanza, ma la cosa più grave dopo la tragedia è come se ne parla, e il fatto che con la stessa evidenza la Rete alterni un suicidio alla “foto in topless di una conduttrice tv emergente rubate e fatte girare”. È il trionfo della spersonalizzazione e della deresponsabilizzazione, di un tempo che non vuole neppure fare la minima fatica di distinguere, di mettere in scala, di costruire gerarchie. È tutto orizzontale, le notizie e le immagini giacciono una sopra l’altra come dei fossili che durano un momento e non danno neppure modo di pensare. Chi è che hanno ucciso? Ed è stata anche violentata, ma prima o dopo morta? E invece le foto com’erano? Più o meno nude di quelle per dire di Belen (un’icona oltre che una sventola…)?.

    “Femminicidio” è di per sé già un neologismo stomachevole, purtroppo giustificato dalla realtà. E qui obiettare cose come “è sempre successo, solo che prima non se ne parlava”, oppure “ammazzano anche gli uomini”, sfida il minimo della ragione collettiva e individuale. Non mi pare che ci si renda conto né tanto né poco nella vita di tutti i giorni che non di cronaca o di costume sia pure nerissimo si sta parlando a proposito della situazione estrema della donna in Italia, bensì di politica, nel senso più pieno. È vero, passeggiano in parlamento leggi a difesa della donna senza però i mezzi per essere attuate, perché i miliardi vanno alle banche e l’unico elemento femminile per esempio di Banca Etruria e della Grande Truffa è la figlia del vicepresidente, occasionalmente ministro e donna. E più ingenerale sembrano oasi nel deserto le occasioni per discutere pubblicamente della questione femminile, che è naturalmente anche una questione maschile, riassunte entrambe sessualmente nell’identità più delicata di un popolo. Sì, le quote rosa come necessità che concettualmente potrebbe far inorridire e praticamente si rende indispensabile per accelerare un cambiamento. Ma se le agenzie di formazione delle nuove generazioni sono le famiglie scarnificate e la scuola in panne l’idea della donna, della persona e dell’essere umano non sembra destinata a progredire molto. Sono anacronismi nell’epoca in cui il denaro è tutto? Forse, ma poi ci ritroviamo una società che le donne le vende o le ammazza perché “sesso debole” di cui il sesso forte dimostra di aver paura, di soffrirne per molti versi la superiorità. Tutto bene, allora: la donna all’incanto è una merce pregiata, a partire da come lei stessa si vede (o le hanno insegnato a mostrarsi).

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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