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  • Oliviero Beha
     
    17
    ott.
    2016

    Inter e Fiorentina, il voto è un “no”

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    Mauro Icardi, Capitano nerazzurro
     
    Mauro Icardi, Capitano nerazzurro

    Non sarebbe stato contento della domenica dell’Inter, Dario Fo. Non da ieri, giacché da tempo non gliene fregava più di tanto e casomai era in origine dell’Ambrosiana perché non era del Milan (e nel famoso o famigerato trentennio pallonar-politico la cosa gli sarebbe tornata buona) e raccontava volentieri di che cosa fosse il calcio del secondo dopoguerra, mentre lui cresceva artisticamente. Parlava di cultura e sport e gioco, degli abbinamenti con il teatro e della doppia gestualità, dello sport come gioco di paese e motivo di aggregazione. Diceva per esempio: “…Dal momento che lo spettacolo sportivo è attaccato nelle strutture agli interessi dell’industria, qui succede come nel Medioevo, se crolla crolla tutto, qualunque forma culturale… Crolla tutto, incollato, imbragato, viziato di fondo com’è. Un football giocato attraverso ditte, elezioni di partiti, parcellizzazioni di potere… un teatro maciullato, un cinema fatto soltanto di comici al cui confronto l’avanspettacolo di ieri era il teatro dell’intelligenza. Brutti tempi, sì…”. Attuale vero? Eppure è tratto da una mia intervista del 1981. La gestione Eredi Moratti, Thoihr, i cinesi erano molto di là da venire… Quindi Fo votava “no” alla trasformazione di un’attività portante come il ludus sportivo in industria, pari o peggio delle altre in fatto di opacità di gestione, e in una moltitudine passiva di seguaci. Oppure “attiva” nel senso più minaccioso degli ultras. Ma questo è il passato e temo lo sarà tra poco al di là della retorica e delle scie anche il nostro ultimo Nobel letterario (chi abbiamo tra i candidati per il 2017? Saviano o Baricco?).

    Tornando all’Inter, e alla Fiorentina, le due bocciate in confronto a un anno fa quando erano in testa dopo otto partite con poco meno del doppio dei punti di oggi, vanno considerate due perfette cartine di tornasole di un modo diverso ma ugualmente fallimentare di amministrare il calcio contemporaneo o quello che via tv continuiamo a fingere di considerare tale. L’Inter viene irrorata di denaro, compra e ricompra, caccia allenatori, ne trova di nuovi ma in extremis, alla vigilia dell’inizio campionato, che per ora ritengono l’italiano una lingua superflua (come molti italiani giovani, per altro…). E si ritrova a correr dietro alle polemiche tra la Curva Nord e un tal centravanti generoso di gol e di accoppiamenti che è niente popò di meno che il capitano dell’Inter. Da Zanetti a Icardi sembra passato almeno un secolo come stamina etico-agonistico-umana. L’Inter perde, eppure a chiazze non gioca male, è squilibrata ma la qualità a voltesi vede, a volte si intravede. Sapessero gestire quella legione straniera con la maieutica juventina, sarebbero in corsa per lo scudetto. Quindi gestione balzana, ma soldi che corrono, tra euro e yuan.

    Invece la Fiorentina è sparita, non solo come classifica ma come gioco. Agli sventati che godono perché prende pochi gol e solo in trasferta andrebbero fatte pernacchie: soltanto il fato (una t) ha impedito che recentemente Milan e Atalanta infierissero anche in questo senso. È semplicemente evaporata una qualsiasi idea di gioco, di identità, di voglia: è la Fiorentina del girone di ritorno del 2016, cioè una pena infinita. Qui non ci sono cinesi di mezzo, c’è dapprima il disastro ignorante del mercato di gennaio in cui si è buttata a mare la credibilità di una squadra e di un tecnico, e poi la scelta netta dei Della Valle bros. di rientrare dei soldini spesi, appunto come se si trattasse di un’industria di calzature che non ha azzeccato il modello giusto. I fratelli mocassini pagheranno a lungo questi errori, perché alla Fiorentina le cose vanno bene con la frequenza di un eclissi di luna, e l’hanno sprecata. Adesso si sono rifatti dei soldi, la gente ieri riempiva lo stadio, sì, ma anche di fischi, più di tanto la situazione non può oggettivamente migliorare a meno di un cambio totale di mentalità e investimenti che non vogliono fare se non hanno in mano la speculazione edilizia certa dello stadio nuovo, e l’unica figura cui tengono è Renzi in tribuna, non Borja in campo… E ormai anche Sousa è un disco rotto. Che fare oltre a votare “no” su entrambe?

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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