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    21
    nov.
    2016

    Oggi è Bergamo alta, anzi è altissima

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    Simone Favaro, giocatore di rugby italiano
     
    Simone Favaro, giocatore di rugby italiano

    In un Paese sportivamente serio, saremmo qui a commentare diversamente la notizia più importante di questo week-end nel settore: ovverosia leveremmo i calici per la prima, storica vittoria nel rugby della nostra Nazionale contro i pluridecorati sudafricani. Una specie di “haka” simbolico casareccio che per uno sport fondante come quello della palla ovale, in questo senso assai meno “gioco” di come lo sia il calcio, dovrebbe essere rimarcato come si deve. Anche se era un’amichevole, anche se il capitano dei leggendari Spingboks ha dovuto o voluto “chiedere scusa al Paese” perché questo sarebbe il punto più basso del rugby nella terra di Mandela (e di Clint Eastwood…). Insomma, davvero Davide che tira di fionda alla perfezione contro Golia. Invece l’attenzione calcistizzata viene richiamata da un campionato per ora sempre più juventino, anche se la qualità del gioco lascia a desiderare e pare sempre il massimo risultato con il minimo sforzo. Il problema non è la Juventus (o meglio lo è da un altro punto di vista: è stata chiusa con 23 indagati l’inchiesta su ultras Juve e ‘ndrangheta, per la questione del traffico di biglietti nello “stadio del futuro”). Sono le concorrenti.

    Non fai in tempo a individuare nella Roma un’antagonista credibile, che fuori casa delude di nuovo, con una partita da Dottor Jeckjll e Mister Hide: nei due sensi, di un primo tempo ben giocato e di una ripresa in cui è stata travolta, e di una tifoseria solo Hide nel dopopartita, tra fumogeni, scontri, polizia e il solito ambaradam. È vero che molto merito in campo va dato all’Atalanta, che ormai compone in una eccellente classifica le due Bergamo, innalzandole nel tifo orobico di solito caldissimo e spesso a rischio incidenti. La vicenda dell’Atalanta, dalla storia più che centenaria (dal 1907) ha qualcosa a che vedere con quella della Lazio, antica anch’essa (1900): sono così su in classifica con due tecnici diversi ma accomunati da circostanze particolari. Gian Piero Gasperini è un eccellente allenatore, con risultati discontinui (si pensi all’Inter…). Ha un merito raro, di allenare e motivare i suoi giocatori in A e magari in Europa se ci arriva esattamente come faceva quando guidava la Primavera della Juve: cioè li fa giocare per giocare, almeno di base. Quest’anno all’Atalanta era partito malissimo, ma il club lo ha lasciato tranquillo e ha infilato una serie fantastica. In più, assomiglia molto al nostro Barbacetto. Diciamo che è un Mister d’inchiesta… Simone Inzaghi, buon calciatore ma svogliato e all’ombra del più noto fratello, ha allenato benissimo le giovanili della Lazio e quando è stato cacciato Pioli, agli sgoccioli della scorsa stagione, è subentrato solo per necessità momentanea. Tant’è che un’altra iacovella d’agosto è stata l’arrivo mancato su quella panchina del “loco” Bielsa. È rimasto lui, evidentemente con uno spirito e una competenza gasperinesca. Il che significa che ancora, nel valutare persone e ruoli, i club sono assai indietro, o dipendono da altre variabili che con il merito intrinseco c’entrano spesso come i cavoli a merenda.

    In quella sorta di “ciapanò”, il “tressette a non prendere” che è la corsa delle grandi dietro la Juve, ieri spiccavano due derby, il cino-ambrosiano e il tosco-metropolitano nel quale la Fiorentina ha mostrato di nuovo segnali di risveglio. Quando gioca con intensità dà soddisfazione e fa pensare che con un paio di innesti invernali può inserirsi nella triade da Champions, con relativi denari in entrata….

    Ma il vero derby che si sta giocando da un pezzo è come sapete quello sul referendum costituzionale. Nel fronte del “Sì”, leggi della conservazione di Renzi e soci, hanno firmato il manifesto anche un drappello di sportivi, mischiati ai vip dello spettacolo. E ciò mi commuove, senilmente: da mezzo secolo mi sono sentito dire che “la politica non deve entrare nello sport”. Fregnaccia, se si pensa a Pinochet e all’Italia di Panatta in Cile, nel ’76, o a Videla e criminali nei Mondiali del ’78 in Argentina. Adesso è tutto più chiaro: lo sport entra ufficialmente nella politica, ma solo se essa (intesa come una parte di) ne ha bisogno… Gaudeamus igitur.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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