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    08
    feb.
    2017

    Lo spread tra l’Italia del no e quella della greppia

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    virginia-raggi

    Pare dunque che né TrumpKhamenei rispettino la pausa “sacra” del festival di Sanremo, facendoci paventare nuove tensioni. Ma mentre in Riviera si canta, si suona, si parla e magari pure si stravacca in doppio petto, anche sul territorio nazionale nessun intervallo nei duelli del no e del sì. Nelle istituzioni e nei programmi tv che ne sono le protesi espansive. Prendiamo un nome a caso, la Raggi, con la premessa che ogni livello di preoccupazione è debito per il presente e l’immediato futuro, sia per chi l’ha votata e la sostiene sia per chi la osteggia, il tutto con il solito uso mediatico prevedibile delle munizioni che la sindaca stessa fornisce o sembra fornire. Quando parlo di preoccupazione credo però che dovrebbe toccare tutti i cittadini, per il banale motivo che se dovesse saltare questa Amministrazione della Capitale, largamente maggioritaria nelle urne, non c’è il Paradiso perduto oltre il M5S, per conflittuale, pensante o depensante che sia. Ci sono i soliti, con poche variabili, quelli che hanno pesantemente contribuito nei loro maneggi d’affari inizialmente travestiti da “politica” e via via sempre meno a ridurre Roma in questa situazione forse mortale. Il che ci riporta a quella faccenduola del politico miserello di governo o di paragoverno che abitualmente, senza ovviamente documentare nulla al contrario dei 5Stelle più laboriosi, sbotta nell’omerico “siete quelli del no, non vi va mai bene niente”.

    La tiritera fila da Renzi a scalare. Poiché almeno questo è facile da capire anche per l’uomo della strada, rimbambito dai rumori della politica politicante & esercente che prospera sull’ignoranza, esaminiamone due punti. Il primo è chiedersi se chi ha finora ricoperto responsabilità amministrative, a Roma come in Italia, prima di dare dei “noisti” assoluti al M5S premette: “Ma non è colpa loro se siamo in questa situazione, vi ci ho messo anch’io, per incapacità, malafede, settarismo e qualche colpo di mano ladresco”. È obbligatorio, mi pare: perfino le bordate più critiche alla Raggi e a chiunque del M5S, a partire dal tribuno d’occasione che lo capeggia, così verrebbero prese in un verso differente, uscendo forse dalle strettoie del tifo. Forse. Il secondo punto è legato al primo. L’Italia della greppia ha funzionato con dei sì nei modi, nei tempi e nelle occasioni sbagliate. A una ricostruzione attenta anche solo dell’ultimo quarto di secolo non sfuggirebbe che sono stati dei sì maldestri e contro l’interesse della collettività a spingerci nel baratro. E invece pare che un Paese in grande spolvero venga bloccato da un manipolo (eletto) di untori che pensa che le Olimpiadi una Roma così non possa neppure concepirle, oppure che non sia aprioristicamente contro il nuovo stadio ma non possa barattarlo con nefandezze immobiliari che ricattano la città. Si cresce almeno inizialmente soprattutto con questi no, non con la greppia comprovata e ripetuta dei “siisti”. Lo spread tra chi non vuol fare puttanate e chi le fa da sempre dovrebbe rimanere visibile, quale che sia la sorte della Raggi. Così come lo spread principale di questo Paese non è come ci viene fatto credere dal Padoan sottocoperta quello con i Bund tedeschi, in rialzo soavemente “sgarbato”, bensì quello riferibile alla principale questione italiana, che a mio modestissimo avviso resta la scuola. Ieri era la giornata contro bullismo e cyberbullismo, all’insegna di un Internet più sicuro. Aggiungiamoci i dati sui libri non letti e sulla lingua che scrivono i quindicenni peggiorando man mano fino all’università: ecco, a questo sfascio si dice politicamente un NO grande come la Nuvola di Fuksas, oppure lo si lascia a dei sì secondari, che accontentano il mezzomarinaio politico di turno, ignorando l’insieme a partire dai ragazzi, quelli che pagano e pagheranno?

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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