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    01
    mar.
    2017

    La vita, la fine, le sofferenze. Quelle degli altri

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    Ieri mattina sale con me su un treno locale per Bologna un ragazzo paraplegico che orientava con perizia la sua sedia a rotelle malgrado una mano offesa. Una volta sul vagone si guarda intorno e dopo una ricognizione su ragazzi all’incirca della sua età, sani ma isolati dal mondo da una cuffia per iPhone, vedendo un uomo avanti negli anni in difficoltà con un borsone gli ha chiesto sorridendo se poteva aiutarlo. Non ce n’è stato bisogno ma confesso che sulle prima l’assurdità della cosa mi aveva stordito. Avevo capito bene? E dov’era “l’errore”? Afferrando il mio malcelato sbigottimento ha detto verso di me: “Quando posso aiutare gli altri sono contento, perché gli altri aiutano me…”. Così abbiamo preso a parlare, ho saputo che era un giovane palestinese adottato in tenera età (il suo italiano era certo migliore della media radiotelevisiva…), studiava Informatica all’università, tutti i giorni faceva il pendolare e insomma “era aperto al mondo…”.

    Ieri, e oggi con un nuovo caso di un italiano che si è fatto aiutare in Svizzera a por fine alla sua vita, i media avevano con diversa intonazione e sensibilità in prima pagina la morte cercata da Dj Fabo, morte in esilio perché la legislazione italiana è indietro, molto indietro, e se non in casi eclatanti se ne fotte bellamente di un tema così grave e scivoloso come l’eutanasia. Sì, fortissimi oralmente, i nostri rappresentanti nei dintorni di una morte, ma scandalosi nella coscienza come dimostrano tanti episodi e gli otto anni passati dalla morte di Eluana Englaro e gli oltre dieci da quella di Piergiorgio Welby.

    Vi chiederete che c’entra il mio miniracconto iniziale con tutto ciò, e casomai i più acuti vi vedranno una contrapposizione tra la vita che comunque prevale nel caso davvero commovente e umanamente splendido del palestinese pieno di handicap e invece la volontà di morire a tutti i costi di Fabiano Antoniani. No, acqua, troppa acqua. Intanto perché quella di Fabiano e di coloro che sono in una situazione analoga non è vita, e il desiderio di smetterla non può fare da contraltare alla natura resistente del mio compagno di viaggio. Per carità, poche certezze e con il cuore in gola in vicende come queste, ma certo un boia all’orizzonte si distingue con nettezza: ed è la politica nel suo insieme, non la solita “casta”, i renziani, gli antirenziani e tutta la compagnia cantante o recitante. È la politica con la p più minuscola che possa immaginarsi, la politica che nasce per occuparsi delle persone e muore nel momento in cui non lo fa perché da un pezzo non lo considera minimamente il suo fine ultimo e giustificativo, occupata com’è dalla sua professione: il mestiere di politico, che tutti sembrano voler fare per sistemarsi. La politica che ignora un tema delicatissimo come l’eutanasia, che chiamare suicidio assistito può parere corretto letteralmente ma è distantissimo da quella specifica realtà. La politica che se ne frega di altri suicidi che invece direttamente o indirettamente la riguardano: e non sto parlando di giovani disoccupati o industriali falliti che se ne vergognano o risparmiatori rovinati dalle banche tanto care ai nostri vertici, anche in via famigliare. Intendo più circostanziatamente i suicidi, in carceri impraticabili secondo la Corte di giustizia europea, di detenuti ma anche di guardie di custodia di cui non si parla mai. Di una politica che fortunatamente non ha promosso alcuna legge sull’utero in affitto, o gpa, acronimo non di un combustibile ma della gestazione per altri, l’utero in affitto via… Mentre i tribunali aggirano questa impossibilità a colpi di sentenze importate dall’estero. E intanto il palestinese sulla sua carrozzella era sceso dal treno, e sorrideva…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    cesira fenu .
    01/03/2017 alle 15:08
    Gent.mo dott. Beha, il caso del giovane Dj Fabo riapre in maniera eclatante tutta una serie di interrogativi sulla sofferenza e sulla fine della vita. Problema di delicatezza estrema che, abbiamo visto nel caso della cara Eluana, i nostri politici hanno trattato con toni urlati e senza un briciolo di tatto e sensibilità. Conta chi grida di più di fronte a eventi che richiederebbero silenzio e rispetto per chi soffre e vive in condizioni dolorose. Da tempo si attende una legislazione, un pronunciamento serio e responsabile che permetta di "scegliere" a chi è come imbozzolato in un corpo, mente, cuore lucidi e consapevoli e tanta sofferenza. Anche la Chiesa stavolta ha mantenuto toni bassi. Ci si chiede fino a che punto sia eticamente giusto autogestire se stessi ponendo fine a una vita di dolore, in cui la propria dignità di essere senziente viene irrimediabilmente offesa dalla malattia. Allora perché non concedere una possibilità di pronunciarsi in casi estremi col "testamento biologico"? Mantenere ferme le proprie convinzioni religiose o meno, sospendere il giudizio, concedere una chance a chi soffre? Sono casi estremi che possono toccare ognuno di noi nel corso della propria esistenza. Allora un appello a "porsi in ascolto" in tempi in cui tutti urlano "ascoltare il silenzio", il profondo del cuore, esercitare la compassione, da cum-passio (patire-con). L'esempio che Lei fa del giovane paraplegico in treno è significativo. Aiuta a sua volta chi ha bisogno di aiuto. Come Alex Zanardi dà un altissimo esempio di amore per la vita e di voglia di lottare. Tanti sono gli esempi positivi. Il caso di Welby, di Eluana e ora di Fabo sono estremi, come di malati terminali ingabbiati in un letto di dolore. L'eutanasia, chiamiamola col suo vero nome, può allora rappresentare un "uscire di scena" dignitoso. Un atto di libertà e di profonda pietas. Non ci sono parole. Ringraziandola per la possibilità di esprimere il proprio pensiero porgo distinti saluti. Cesira Fenu

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