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    19
    apr.
    2017

    Fuoco nel web: e se cominciasse a “bruciare” Youtube?

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    deltatv-youtube

    La  giustizia e il web, bel sintagma ancora tutto o quasi da decifrare. Se ne parla soprattutto per il M5S, ma il vero buco nero comincia dalla giustizia, o malagiustizia, o impasto tra giustizia ed “altre cose”. I numeri dell’Aduc, Associazione di consumatori, credo bastino: in giro ci sono 3.800.000 processi civili, 3.230.000 penali e un altro milione contro ignoti. E ancora parliamo del ventennio (scarso) dello scontro tra “politica & giustizia” peraltro ben rinnovato dal Renzitutto nel  quale il Caimano e la magistratura hanno funto da straordinario alibi per non migliorare in nulla lo stato delle nostre aule di giustizia. Di cui gli frega solo quando gli frega, cioè quando i pesci sono piccoli o troppo grossi. E vai con Ruby, le Olgettine, i ricatti, i “salari” specifici, la qualità delle cene che a mio modesto avviso dovevano essere eleganti almeno quanto quelle di un Trump…

    Comunque sia c’è una novità grossa, a proposito di web e giustizia applicata al diritto d’autore, che potrebbe diventare grossissima, sia sul piano economico che su quello diciamo così etico, di ciò che è giusto e di ciò che non lo è: è del 7 aprile scorso, data che calogerizza la mia generazione e trovava credo sbarbato il mio direttore in fatto di Negri e terrorismo. Stavolta invece, 2017, è il Tribunale di Torino nella sua sezione dedicata che sembra autore di una sentenza storica: non solo dà ragione a Delta Tv contro Youtube e la manbassa di video non di sua proprietà messa in rete senza autorizzazione ma impone a Youtube di regolarsi di conseguenza. Se Delta fornisce il famigerato URL, cioè il segno distintivo e identificativo del prodotto fatto circolare in termini oggettivi di pura “pirateria” (che si divora il 50% della pubblicità sul web), capannoni instancabili da cui è uscita la soap italiana più vista e venduta (o seguendo il filone, carpita…). Poi ha messo insieme 15 mila ore di telenovelas straniere tradotte in italiano e divulgate da Rai e Mediaset (con Ciampi straniato da “Terra madre”, i nostri primi emigranti in Brasile). Da questa sentenza in poi dovrebbe essere finita la caccia sul web, per cui una sera si smonta e la mattina dopo si rimonta tranquillamente come dei “fratelli della costa” digitali. Lo togli e non lo puoi far caricare da nessuno. Naturalmente questo è solo un aspetto specifico del web.

    Dopo tutti questi anni la natura bifida del servizio/prodotto che rappresenta o rappresenterebbe è ancora tutta lì, difficile da decifrare, da scartare, da analizzare in termini di costi e benefici. Ce la si può cavare agli estremi, come un doppione del mondo reale attraversato dagli stessi filoni di denaro, solo virtuali e più ingannevoli, oppure pensare che sia uno strumento da “primavere arabe”, vedendovi soltanto un simulacro di grandi possibilità. Se Trump aveva un numero enorme di elettori controllabili attraverso il web in tutti i loro gusti, ciò significava e significa il massimo della sicurezza o il massimo della illibertà? E’ ancora tutto in ballo, per il momento la sentenza di Torino, ieri in prima pagina sul Sole 24 Ore, quasi fosse quello di una volta…, ci dice che rapinare non va bene e si può e si deve evitare. Non ci dice in realtà quale specchio della nostra vita sia diventato il computer, l’iphone, l’ipad, tutto ciò che doveva duplicarci il senso della nostra esistenza e soprattutto se non siamo noi ad essere diventati il loro specchio. Per cui fuoco a Youtube, d’accordo, Leandro Burgay, ha le sue brave ragioni, ma acqua su tutto il resto, almeno fino a che non avremo le idee più chiare.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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