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LA "RICCHEZZA" DEGLI IMMIGRATI


pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2009

Un buon numero degli storici italiani, e anche chi ha uno sguardo “diacronico” sulle nostre vicende come il magistrato Roberto Scarpinato, sostiene che i cambiamenti in Italia sono sempre venuti da fuori. Per rimanere al “secolo breve”, decisiva la seconda guerra mondiale per uscire dal fascismo, decisivo il crollo del muro di Berlino vent’anni fa per rimescolare le carte (truccate) della cosiddetta Prima Repubblica. Adesso, in tempi di basso impero, con una classe politica comunque sbrindellata, un capo azienda pregiudicato, prescritto e priapesco e una società fangosamente slabbrata nella “palude Italia”, la domanda che ricorre più di frequente tra gli italiani di buona volontà è: ”Che cosa può accadere per cambiare il corso disastrato delle cose?”. Tradotto storiograficamente, che cosa deve arrivare da fuori per darci una svolta? Bene, questo “qualcosa” da fuori è già arrivato, ed è sotto gli occhi di tutti, tanto evidente da non attirare abbastanza l’attenzione se non per speculazioni politiche di bassa o media lega: dico del fenomeno dell’immigrazione.Vengono da fuori, sono tanti, saranno sempre di più, possono svolgere quel ruolo di cambiamento come fattore esterno che è sempre entrato nella storia/cronaca italiana in qualche modo rivoluzionandola.

L’ultimo rapporto Caritas è chiarissimo nei numeri: gli immigrati residenti in Italia sono oltre 4 milioni e 600 mila calcolati probabilmente per difetto, con stime attorno ai 12 milioni nel 2050. Hanno superato la media europea, circa il 7,2 sull’intiera popolazione. Tra i bambini in età scolare salgono al 10 % e sono ovviamente l’altra faccia delle stime sull’aumento percentuale dell’immigrazione prossima ventura. Muoiono sul lavoro come gli italiani nella carneficina quotidiana cui assistiamo più o meno inerti anche se Napolitano periodicamente si esprime con intemerate al proposito.

Naturalmente parliamo delle “morti regolari”… Se conteggiassimo i morti sul lavoro tra gli immigrati clandestini o irregolari o semiirregolari, i numeri probabilmente farebbero accapponare ancor di più la pelle. Non riempiono le galere più degli italiani, come si tende a far credere, giacché se il tasso di criminalità tra i 18 e i 44 anni tra i connazionali è l’1,50 in percentuale, quello tra gli immigrati sale “soltanto” all’1,89 (compresi i reati connessi alla clandestinità) ma scende molto se si considera che tra loro il 63% degli stranieri in carcere sono in attesa di giudizio mentre per i “nostri” dell’inno di Mameli e la mano sul cuore la metà è dentro con una condanna definitiva. Potrei continuare, ma forse il quadro è già significativo. Ed è significativo anche che per lo più se leggi un quotidiano di “sinistra” il ragionamento ha una qualche articolazione e casomai è da approntare realisticamente sul combinato disposto della solidarietà e della “capienza” nostrana. Se invece leggi “Il Giornale”, è tutto un “aita, aita” per lo straniero che ci invade e alla cui invasione non reagiamo abbastanza,anzi opinando colpevolmente da Fini in giù (o in su) quando deve poter godere della cittadinanza italiana come se fosse una persona “come noi” che stiamo qui da millenni (io meno, ma insomma…).

Sono ovviamente derby di pensiero (pensiero?!?) improduttivi e pericolosi perché di corto respiro. Intendiamoci: problemi economici, logistici, d’ordine pubblico ce ne sono a bizzeffe, con tanti o pochi immigrati in una società sviluppata sulla violenza elevata a sistema in senso stretto o in senso lato, economico, della “struggle for life”. Ma far finta che sia un derby ancora da giocare è un raggiro concettuale, è peggio che un crimine, alla Talleyrand, è un errore. E probabilmente un errore fatale. Infatti ci sono, non se ne andranno, i loro figli multicolore sono nelle nostre strade,case, scuole, e con loro dobbiamo storicamente fare i conti migliori che sappiamo fare, ovviamente a partire dall’integrazione/interazione culturale.Insomma cacciare il futuro nell’imbuto come struzzi la testa nella sabbia, non è di destra, è peggio, è scemo e autolesionista.

Questo come discorso più generale in termine di sentire comune e di opinione pubblica, o quello che resta di essa divorata com’è dalle fauci di un’informazione per lo più truccata e di un sistema mediatico onnivoro. Quanto alla politica, vive quasi tutta di un’insincerità totale nei confronti della questione-immigrazione, sia quando fa la faccia truce sia quando esterna buonismo d’occasione senza affrontare seriamente e nel tempo il tema.

Eppure basterebbe tenere gli occhi aperti sul mondo, anche il piccolo mondo che ci circonda quotidianamente: vivo in un quartiere romano più popolato di Livorno e certe mattine, intorno alla piazza del mercato dove tempo fa Menenio Agrippa teneva lezioni buone per Berlusconi, Tremonti e Bersani, sembra di stare in un altro continente. Per le facce, le espressioni, l’abbigliamento, i colori, i rumori:siamo altrove, ma siamo sempre qui, e non succede niente, anzi c’è una ricchezza di umanità a volerla cogliere che certo rimanda più a, che so, un momento di Abijan che a Houston.Eppure non è male, con un po’ di discernimento e consapevolezza, prendi e dai, è tutto apparentemente umano ed umanizzabile.E tutto può prendere una piega positiva o negativa, dipende da noi, nell’immediato futuro. Dipende da noi considerare una ricchezza nei limiti appunto di una capienza logistico-politica (nel senso della Polis, non di Calderoli) queste migrazioni che sono una costante storica, oppure ritenerle una sciagura che ci seppellirà togliendoci il pane di bocca. (Ma come,se lavorano normalmente? Se pagano le tasse, se vogliono stare qui perché a loro piace e non soltanto perché costretti dalla miseria o dalla fame o dalla violenza ad emigrare e in questo caso dovremmo aiutarli lì da dove vengono?).

Non c’è nulla di paragonabile all’immigrazione, all’altro che si relaziona con te in fatto di cambiamenti esterni ed interiori: ti costringe a mediare fuori e ad approfondire dentro di te, è uno specchio della società e insieme della personalità del singolo, gioca sul doppio registro e contemporaneamente. E’ la madre di tutte le questioni, almeno di questi tempi. Barbara Spinelli tempo fa su queste pagine ha fatto un discorso serio sullo stato dello Stato, sul rapporto con i cittadini, cioè i sudditi nel nostro caso, che dovrebbero comporlo fornendo un’identità allo Stato e a loro stessi,e di questo hanno parlato qui prima e dopo la Spinelli Bruno Tinti e Sabina Guzzanti.Bene: applichiamo quella serie di domande, questioni, ipotesi di cultura politica e di antropologia culturale alla marea migrante di cui ho fornito i numeri, avendo come obiettivo quello di riempire di carne e sangue le istituzioni che abbiamo sotto gli occhi. Istituzioni così deboli, remote, esangui per noi che qui viviamo, residiamo, votiamo dalla notte dei tempi. Forse questa nuova linfa può coincidere con il cambiamento “dall’esterno” di cui avremmo un fottuto bisogno, prima di venir fottuti impietosamente noi dal precipizio imboccato. Forse i veri “poveri” siamo noi, non loro, cui dobbiamo nei casi migliori-e non sono davvero pochi- una scommessa di allegria e di vitalità leggermente più attendibile della trista/e cronaca di questi giorni.

o.b.

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