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ITALIOPOLI, VA IN SCENA LA RESISTENZA CIVILE
Sipario su un paese senz’anima
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 7 ottobre 2009
Una ventina d’anni fa, precisamente nel 1987, Gerard Genette diede alle stampe uno strano libro, dal titolo poetico e semanticamente larghissimo come “Soglie”. In questo saggio si parlava con chiarezza del cosiddetto “paratesto”, di tutto ciò che aveva a che fare con il testo di un libro senza farne parte vera e propria.
Per intenderci, i cappelli introduttivi, i risvolti di copertina, i lanci pubblicitari, le interviste all’autore, insomma le “soglie” dell’opera. I dintorni del testo, al cui centro (storico, come per una città) tipograficamente e topograficamente c’era appunto lo scritto dell’autore. C’entra questo con il lavoro teatrale di un non-attore? Forse.
Vediamo. Per esempio mi è venuto in mente Genette in quei minuti primi e secondi in cui il sipario è ancora chiuso, ma tu sei sul palcoscenico in attesa di cominciare: dal brusio della sala (se c’è qualcuno in sala…) assumi una linfa vitale rara , adrenalina purissima, una carica “genettiana”. Che altro è infatti quella sospensione se non una “soglia” nello spazio e nel tempo, sulle tavole e in quel momento che non è ancora spettacolo per gli altri ma lo è già abbondantemente per te, è insomma il tuo “paratesto” esistenziale?
Non credo che neppure per coloro che recitano di professione ci si abitui macchinalmente mai del tutto a questa “soglia”.
Voglio pensare che anche dopo una vita o molte vite in scena, quei momenti magari nell’angolo più recondito della coscienza siano letteralmente irripetibili, e siano il senso vero del teatro. Del “tuo” teatro, di quello che provi qualunque testo porti in scena, dell’anima che cerca un contatto attraverso le parole, i gesti, la percezione delle parole e dei gesti che di fronte a te hanno coloro che ti ascoltano e ti vedono, oppure pensano di ascoltarti e vederti e in realtà stanno mettendo in scena sul loro palcoscenico interiore loro stessi, passando dal tuo “paratesto” al loro “pretesto”. Ma non sono un attore, se non shakespearianamente nel senso di totus mundus agit istrionem, di noi tutti attori nella piéce per eccellenza, la nostra vita, e quindi la faccio finita qui.
Per la “forma” teatro e per quello che mi interessa di essa, mezzo letteralmente impagabile (spesso non solo metaforicamente…) e diversissimo da come abitualmente uso, usiamo, la parola scritta per giornali e libri e la parola parlata in tv, alla radio, al cinema per gli attori terminali del sogno cinematografico.
Ma ovviamente resta la sostanza.
Perché e come nasce l’idea di un plot teatrale, di teatro cosiddetto “civile” (formula fino a un certo punto equivoca perché nei millenni anche solo per il fatto di aver resistito, da Eschilo a Bondi, il teatro è stato e resta di suo e comunque una forma alta di civiltà e di civismo)? Teatro civile fin dal titolo, visto che si chiama “Italiopoli” e non dovrebbe lasciar tanti dubbi sulla storia in questione: parla di noi, dell’Italia di oggi, di un Paese “scandaloso” in tutte o quasi le sue manifestazioni che però non fa “scandalo” nella sua scandalosità e tradisce i motti latini e la loro bontà significativa (oportet). Questo spettacolo si chiede appunto “come abbiamo fatto a ridurci così?”, anticipando e respingendo la tesi banale e poco drammaturgica – solo “drammatica”- che tutto dipenda sempre e solo da Berlusconi.
No, c’eravamo anche prima di lui, anche coloro che essendo nati dopo affidano all’anagrafe la loro “innocenza”. Sbagliando, secondo tutto il teatro greco: non ricadono infatti sui figli le colpe dei padri? Di questo si parla, a teatro, a partire da un episodio giornalistico che a pensarci un attimo ha molto a che vedere con la manifestazione per la libertà di stampa di sabato scorso, nota che dovrebbe garantire l’attualità della piéce…
L’episodio è il seguente. In un giorno di gennaio del 2007, quindi quasi tre anni fa e di questi tempi per la memoria azzerata del singolo e della collettività è un lasso sconfinato, trovo sulla prima pagina di “Repubblica”, il meritorio quotidiano delle 10 domande, un formidabile (alla lettera etimologica: “che incute paura”) articolo di Pietro Citati, letterato finissimo aduso a scrivere di Cervantes, dei Vangeli Apocrifi o di Valery, per dire. Quel giorno, in un testo intitolato “La scomparsa dell’autorità”, tracciava invece il disegno di un Paese ormai senza autorità né autorevolezza e inutilmente e pericolosamente infiltrato dal potere, a tutti i livelli. Un potere senza autorità né autorevolezza, destinato ad accrescere la “mafiosità” italiana ben oltre i livelli delle mafie intese come associazioni per delinquere (già quelle un leggero problemino nelle loro sinergie con la politica l’hanno creato). Mi son detto: era dai tempi di Pasolini, quindi trentadue anni prima, e poi di Sciascia che un intellettuale non scoperchiava con tanta forza culturale ed emotiva il pentolone. In più sulla prima pagina di uno dei due giornali più importanti del Paese, proprio come aveva fatto per pochi anni Pasolini prima di venir assassinato su “Il Corriere della Sera” (all’epoca, lo dico per i più giovani che hanno visto nascere “Il Fatto”, la Prima Repubblica di Eugenio Scalfari non esisteva ancora). Ebbene, esattamente al contrario di quello che accadeva nei primi anni ’70 per gli articoli di Pasolini, dibattuti fino alla morte (letterale come si sarebbe poi visto), all’intervento di Citati non è seguito mai più nulla: né sulla stampa italiana, né sulla stessa “Repubblica”, come se non fosse stato pubblicato. Niente di niente, silenzio totale. Censura, autocensura, menefreghismo, labilità culturale? Ho cominciato a pensare che legare Pasolini a Citati in teatro fosse un modo vivo di parlare di padri e figli, di quell’Italia e di questa, di tutto ciò che in profondità è accaduto per cambiarci così, al punto da renderci ormai post-italiani, anche se andiamo a Piazza del Popolo a manifestare contro il Berlusca sotto le insegne di giornali come quelli che ho appena descritto. Mi son detto: non sarai il fantasma del palcoscenico, ma magari riesci a diventare il palcoscenico del fantasma, che sei, che siamo, che siamo diventati nell’Italia che ci circonda.
Da domani a domenica va in scena, a Roma al teatro Ghione (via delle Fornaci 37, tel. 06/6372294; info@teatroghione.it?), per la regia di Beppe Arena, “Italiopoli” di e con Oliviero Beha (sul palco anche Selene Gandini e Moira Angelastro).
o.b.
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