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QUANTE STORIE SE IL CALCIO RIPOSA
La diatriba tra Pazzini e Amauri, il rugby e il "suicidio" di Bergamini
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 17 novembre 2009
Come spesso, lo sport contiene tutto e di tutto. Volete una grande dimostrazione di agonismo rude e pulito? Forza con gli All Blacks e la leggenda anche un po’ azzurrina del rugby, finito a sorpresa persino in “Report” come buona notizia “ovale”. Volete polemiche intorno e dentro la Nazionale pre Mondiale e già Mondiale di Lippi? Ecco servita sul vassoio la testa di Cassano-Oloferne e la diatriba Pazzini-Amauri su italiani sì, italiani no. Volete un riferimento alla tragedia di Robert Enke, il portiere dell’Hannover e della Nazionale tedesca che si è tolto la vita? Ebbene, per associazione di idee parliamo un poco dopo vent’anni della morte “gialla” di “Denis”- Donato Bergamini, il calciatore “suicidato”. Avete bisogno di un esempio di “processo breve”, l’ennesima manovra per diradare un nodo politico-giudiziario che nemmeno Gordio? Ve lo fornisco su misura: se parla qualche lodicino Alfano sub specie riforma dei processi vi saluto Calciopoli, il processo di Napoli e la verità o il tentativo di accertamento della verità in chiarissima rotta di prescrizione. E sì, c’è proprio tutto in un weekend di sport considerato monco dal popolo tifoso perché orfano della Serie A. Andiamo per ordine. E’ vero, calcio e rugby sono due mondi separati: il primo è fatto di rotondolatria (il tifo), di rotondolalia (la stampa di settore e di nuovo il tifo travestito da lettori/ascoltatori/telespettatori), di rotondocrazia (il potere calcistico sportivo assimilato a quello politico tout court, dal Berlusca in giù).
Il secondo, sempre la battaglia sublimata delle origini, il fair play del terzo tempo, l’aggressività mascherata “solo” di cattiveria competitiva. Le regole, qui, sono le regole. Il calcio deforma, il rugby forma. Dunque sono chiaramente incompatibili? Errore: da noi, sono incompatibili.
Altrove,nella perfida Albione o nella Francia transalpina, rotondo e ovale sono due forme di un gioco che è spettacolo sportivo ma convive negli stessi confini.
Da noi no, e Dio sa quanto avremmo bisogno di cultura sportiva e cultura delle regole. Per la Nazionale, nemmeno troppo “accia” compatibilmente con gli olandesi, lo spirito amichevole, il debutto di giovani nostrani di nascita e cittadinanza italiana, si è subito riposto il “caso Cassano”. Non c’è bisogno di esegeti straordinari del pallone per ammettere che il genio di Cassano potrebbe far decollare una squadra buona ma poco fantasiosa. Con tutto il rispetto per il fronte offensivo, l’unico brasiliano di cui disponiamo è Cassano, non Amauri... Ebbene, si disse che Lippi aveva escluso Panucci dalla missione in Germania, per motivi non tecnici ma interpersonali. Hanno vinto i Mondiali e Zambrotta è bastato e avanzato.
Qui mi si dice che i motivi per l’esclusione di Cassano pur oggi “raziocinante e maturato” alla Samp, siano comunque extratecnici. Non vorrei che lo dovessimo rimpiangere in Sudafrica. Nel frattempo mi basterebbe che Lippi, uomo d’onore come Bruto, dicesse urbi et orbi che non convoca Cassano per motivi tecnici, e nient’altro, dando la sua parola viareggina.
Il sodale sampdoriano di Cassano, Pazzini, nel frattempo dice cose che in molti pensano ma che lui toscanamente accenna: “Amauri non è come Camoranesi, con sangue italiano, Amauri è un brasiliano che ha sposato un’italiana, quindi non mi pare opportuno”.
Penserete che è in conflitto di interessi. Può darsi. Penserete che ha ragione Abete, la cittadinanza ottenuta con le nozze è oggi comunque italiana (ma se lo convocava Dunga avrebbe risposto al richiamo brasiliano d’origine avendo mantenuto anche quella). Rimane il fatto che Amauri mezzo brasiliano sì, e Cassano tutto barese e tutto brasiliano nell’istinto calcistico no. E’ logico? E Pazzini è forse “antipatico” ma almeno parla chiaro. Il periodo degli oriundi, fascismo a parte, non ha portato troppa gloria negli anni Cinquanta e Sessanta.
Per rivederci vincere abbiamo dovuto aspettare Rivera e Mazzola. Sul suicidio di Enke, solo dolore e 45 mila ai funerali “calcistici” nello stadio di Hannover . Come scrive Wittgenstein, mezz’ala austriaca di contenimento, “di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere”. Invece bisogna urlare per far riaprire il caso di Donato Bergamini, ucciso nella notte tra il 17 e il 18 novembre di vent’anni fa, giocatore ventisettenne del Cosenza capitato in una storiacca malavitosa di ‘ndrangheta senza responsabilità e tanta ingenuità. L’hanno fatto passare per suicida sotto un camion, offendendo la logica, la ricostruzione, la tempistica, le testimonianze.
Se riprendiamo in esame la vicenda non si sa se questa storia del suicidio offende più la ragione o l’etica. Di sicuro ne esce a pezzi la giustizia. E la magistratura ha chiuso l’inchiesta con la pietra tombale ignominiosa del “suicidio”, più o meno come accadde per Roberto Calvi “suicidato” dalla mafia per conto terzi sotto il Ponte dei Frati Neri, a Londra, lui impiccato che soffriva di vertigini... Così hanno suicidato Bergamini: vogliamo parlarne? Dobbiamo parlarne. Ne ho scritto dove ho potuto nei primi anni, ne ha scritto Carlo Petrini ne “Il calciatore suicidato”, ne ha parlato “Chi l’ha visto?”. E’ una vergogna che Cosenza, il Cosenza, la Lega (era in Serie B vent’anni fa), la Federcalcio non sentano l’urgenza di dare risposte a una famiglia distrutta e a un’opinione pubblica distratta.
Quanto al “processo breve”, la farsa qui toccherebbe Calcio-poli, al di là delle letture politiche di Berlusconi e di Fini, di Casini e Bersani ecc. Chiedete agli imputati se davvero vogliono la prescrizione che per l’opinione pubblica fomentata dai media unidirezionali significherebbe essere bollati come colpevoli a vita, o se in realtà la prescrizione sarebbe piuttosto una mano santa per chi se n’è tirato fuori in qualche modo e per un’inchiesta che le testimonianze stanno smontando (o se preferite stanno assimilando a “tutto il circo”, dalla Sensi a Moratti, da Galliani a Collina ecc.). Quante cose nel contenitore dello sport in un paese così poco sportivo e così tifoso anche in Parlamento...
o.b.
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