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GOL & POLITICA L’ORA DEI CALCIATORI
Totti e Materazzi, ma non solo: i vip del pallone fanno i tuttologi

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 8 gennaio 2010


Mischiata al carbone della Befana c’era ier l'altro l’intervista tv post-partita al nerissimo palermitano d’origini ghanesi Mario Balotelli, che ha suscitato un vespaio perché ha detto che “gli faceva sempre più schifo il pubblico”, in particolare quello di Verona che l’aveva fischiato ululando per tutta la partita e a cui lui aveva risposto uscendo con un applauso di scherno che gli è costato un’ammenda del rigoroso Giudice Sportivo. Ma l’anno era cominciato mediaticamente il 2 con un’intervista di “Repubblica” a Francesco Totti, in prima pagina, a cura di una firma non sportiva (uno dei vice-direttori) in cui il “capitano”, “er core de’ Roma” dopo Giacomo Losi, parlava di sé, dell’ultramondano, dell’Italia, della politica, e naturalmente del calcio italiano. Erano seguite il 4 una prima pagina della “Gazzetta” in cui Pirlo affermava senza ambagi “che i nostri terreni di gioco fanno schifo” e una pagina interna di “Repubblica” con intervista a Materazzi da Riad sul calcio e “non solo”.

In essa il gigantone eroe berlinese era stato crudo sul mondo rotondo che nelle sue ingiustizie (come era stato trattato lui dopo la testata ricevuta e invece come l’aveva scampata Henry, il recente mariuolo della “mano del diavolo”) “gli faceva schifo”. Il 5 il “Corriere” dava la parola a “ringhio” Gattuso , in prima pagina, anche qui utilizzando fotograficamente il “grand’angolo”, a partire dal titolo: “Il mio sud deve cambiare. Spesso Bossi ha ragione”. E’ una novità, questa delle interviste “universali” ai calciatori? E sono quindi diverse, assai diverse tra loro le interviste qui riportate, che metterebbero Totti e Gattuso in una cesta più “politica”, Materazzi in bilico, e Pirlo e Balotelli nella cesta specifica dello “sport” sia pure con risvolti molto distinti, quali sembrerebbero lo stato di un campo di gioco e il check-up su razzismo e pseudorazzismo nel nostro paese? Forse. Vediamo. Apparentemente sì.

Pirlo, il “regista dei Mondiali”, non ha infatti perfezionato la sua accorata e peculiare denuncia con qualche altro ingrediente come: “Il terreno dei nostri stadi fa schifo, perché di essi e della qualità del gioco non importa più a nessuno, perché contano solo i soldi e quindi massimamente quelli dei diritti tv che ci obbligano a giocare ogni tre giorni come dei gladiatori (dei reziari?, ndr.) mettendo a rischio la nostra salute e fregandosene del pubblico, e dicendo questo mi rendo conto che appartengo al Milan, la società di Berlusconi e di Galliani che dominano in ogni campo soprattutto grazie alla tv, e magari così mi cacciano…” ecc. ecc. Altrimenti sarebbe stata un’intervista politicissima. Così pure se il “bambinone” Mario avesse a freddo denunciato non che “quel pubblico in particolare gli fa schifo”, ma che “si vergogna per come vengono troppo spesso trattati i suoi fratelli di sangue o di pelle immigrati”, forse la “politicità” sarebbe aumentata di colpo. Ma così non è stato, e non è stato neppure per Materazzi che, pur lasciando capire che non disdegna la pena di morte “alla cinese” come deterrente, dalla “mano di Henry” è arrivato fin sulla soglia di un “mondo che non mi piace” collegandolo agli scudetti persi dall’Inter e poi ripresi a tavolino senza dirci nulla di più su come funziona davvero la mafia del pallone: altrimenti in questo come negli altri campi l’avrebbero fatto a pezzi. Certo, sarebbe stata un’intervista superpolitica…

Le due interviste a tutto tondo restano dunque quelle a Totti e Gattuso. Sembrano politiche e quindi diverse perché Francesco, parlando di tutto al di là compreso, dice anche che ha votato a sinistra. E Rino si dice d’accordo sul federalismo fiscale (“è una buona idea”) e commenta duro e sensato la bomba davanti al Tribunale di Reggio Calabria, lui nato in provincia di Cosenza, campione del mondo come gli altri due e testimonial di una regione turisticamente in potenza strepitosa e socialmente ed economicamente in atto in mano alle n’drine mafiose. Questo lo scrivo io, lui anzi dice che il futuro è promettente perché qualcuno ha cominciato a scendere in piazza. Benissimo. Qual è il punto? Che ormai il “calcese”, l’idioma dei calciatori e degli addetti ai lavori che un tempo consentiva a un ex allenatore dell’Inter degli anni ’70, Invernizzi, di finire ogni sua frase con un avverbio, qualunque avverbio, perché, mi disse all’epoca, “mi viene più facile…”, il calcese dicevo si è allargato e ha inglobato la politica, o temi politici, o stralci di “polis”, di vita sociale applicata. E i media vendendo una merce ce la stanno aggiornando.

Quello che fa la differenza è da un lato che il fenomeno si sta generalizzando, e dall’altro che sta accadendo anche il suo contrario. La generalizzazione, di cui in parte ho dato conto finora, si misura in confronto a un paio di generazioni fa, senza andare troppo indietro. A metà anni ’70, colpiva che un campione come Rivera facesse la guerra a uno come Buticchi, il suo presidente di allora finito male. Mi ricordo che intervistarlo sul Milan, sul calcio, su Milano e la politica era un piacere, un privilegio e una soddisfazione. Comunque , una rarità. Come per anni nella generazione immediatamente successiva è stato per Platini, cui non mancava la ragione, l’estro e l’esprit per parlare di tutto, anche se spesso sceglieva con chi farlo. Forse Rivera presidente di Federcalcio sarebbe stata una chance importante, già vent’anni fa.

Oggi è sempre più impensabile. E invece Platini come è noto ha fatto carriera politico-sportiva ultrameritata, specie in paragone ai “mostri” circostanti. Ma sono stati due eponimi, due titolari d’epoca oltre che due grandi campioni, Rivera e Platini, e che loro parlassero di tutto era spiegabile e normale, ma un’eccezione alla regola del “domenica andiamo per vincere”. Oggi scrostando appena l’ovvio si evidenzia che non è così raro, che in molti sarebbero in condizione di parlare ma vige l’omertà e la voglia di non rischiare, di non mettersi in mostra. Il contrario del “calcese” nobilitato (si fa per dire) dal resto è invece il “politichese”, cioè la lingua della politica di una volta incomprensibile se non trasversalmente agli addetti ai lavori ma non alla pubblica opinione, quella delle “convergenze parallele” famose di Moro. Oggi la politica parla più o meno come il calcio, involgarendosi e tirandosi gli stracci come in uno stadio. E’ un politichese calcistizzato che è complementare al calcese politicizzato. Dietro la lingua ci sono i “parlanti”, quindi i politici che cercano tifosi e i calciatori che sono figure sempre più pubbliche o televisive, il che è diventato un sinonimo. Conclusione? E’ una politica per ultrà, e per la regione Lazio la candidatura ottimale sarebbe quella di Totti. Anche la Polverini voterebbe per lui, scommetteteci.

o.b.

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