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TOH, UN RIGORE ALLA JUVE
Il campionato ripropone temi già visti: si invoca l’autostima e i furbi dominano

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 16 febbraio 2010


Autostima. La Roma rincorre l’Inter tra l’incredulità generale e dipende dall’autostima. L’Inter si fa rincorrere, ma non cede mai o quasi e adesso deve vedersela con il Chelsea e con il tabù Champions. Se ce la farà, dice il picaro di Setúbal in panchina (a me comunque in linea di massima piace, per la serie “e chissenefrega”…), sarà per la montagna di autostima che ha incamerato. Che cosa chiedeva Zaccheroni alla Juventus in disarmo prima della “decisiva” partita con il Genoa? Autostima, che altro se no? Invece che dall’autostima l’aiutino è arrivato dall’arbitro Mazzoleni (autostima immagino da prefisso telefonico) e da un rigore quasi “nostalgico”, da vecchi tempi. L’avessero dato ai tempi di Moggi il coro sarebbe stato unanime: la “Rubentus”, come la chiamano i tifosi fiorentini incalliti, è sempre la “Rubentus”. Peccato che Moggi sia calcisticamente recluso e stavolta dovrebbero prendersela con Blanc e magari con l’ex Cobolli Gigli.

A proposito, cos’è quella storia dell’indagine per illeciti fiscali che riguarda gli ultimi due? Che facevano di strano? Hanno preso cattive abitudini? E da chi? E allora come dar torto a Moggi che in un rigurgito ragionevole (stando a quel che si vede domenicalmente, ma è sempre peggio) è sbottato: “Avete visto, succede come ai miei tempi, quindi o gli arbitri sono sempre in buona fede e allora io non ho fatto nulla oppure oggi che ne succedono di tutti i colori il responsabile deve essere qualcun altro”? Autostima, ma che sarà mai? Non lo sanno che trattasi di una concessionaria di automobili, non necessariamente italiane? Comunque adesso ci pensa la Champions.

Oggi a dirci quanto vale il Milan spesso guardato con favore nelle decisioni arbitrali come si conviene a una pluridecorata non esattamente “impotente” nelle stanze per la giostra politico-calcistica. Domani se l’autostima di Mourinho e la rosa subgalattica dell’Inter saranno sufficienti a rimescolare le carte dei valori europei. E sempre domani si vedrà se il precipizio imboccato dalla Fiorentina si concederà una sosta a Monaco di Baviera, oppure no. Certo Prandelli rema contro questa moda dell’autostima generale, dal momento che dopo l’ennesima sconfitta della squadra “progettata” dai Della Valle bros ha detto che bisogna “pensare a salvarci”. A salvarci da chi, caro Cesare?

Il pesce puzza dalla testa, nel calcio come in tutto. Non sarà facile spiegare come una squadra apparentemente senza società e in attesa delle decisioni delle banche, come la Roma, abbia imboccato con merito e fortuna la strada giusta, prendendo in mezzo campionato 20 punti alla Fiorentina, e una società ritenuta modello come il club viola veda polverizzarsi sotto gli occhi di tutti una squadra che giocava bene e che si sta perdendo i pezzi. Nell’ultimo anno solamente, da Pazzini a Kuzmanovic, da Dainelli a Jorgensen, per motivi differenti ma che rimandano a una crisi di spogliatoio di cui “indoor” risponde Prandelli, e “outdoor” invece il patron Della Valle. Che per inciso non risponde invece alle domande, postegli qui in ottobre (quando tutto girava bene) e poi riposte un mese fa, dopo aver promesso di farlo. Domande sui conti “viola”, sui centri sportivi, sulla consistenza del “progetto”, sulla Cittadella ipotizzata sui terreni sotto sequestro di Ligresti, sul suo delocalizzare le Hogan in Cina mentre però tuona sulla difesa del “made in Italy” ecc. ecc. Niente di personale, ovviamente, e tutto di giornalistico. Anche perché poi se si fa il furbetto con le campagne acquisti sconfessate prima tacitamente e ora esplicitamente da Prandelli, i risultati si vedono. Cioè, non si vedono. E per non parlare del “caso Mutu”, trattato dai club rispettivi così diversamente dal caso Cannavaro (non avevano beccato anche lui?)… E pensare che con l’autostima di Diego Della Valle si potrebbe armare una corrazzata, e a Firenze oggi si combatte con la zattera della Medusa…

Tornando alla Roma, ciò che impressiona, autostima o no è che sia ridiventata “normale”. Era anormale quando sprofondava all’inizio di stagione. Adesso si è rimessa in corsa per la quadratura del cerchio tattico che le dà Ranieri, particolarmente calli-pigio, anche se i nostalgici dello spettacolo rimpiangono gli anni spallettiani. Ma la squadra va, allora come oggi. Come pure, ritornando all’autostima direi più di Mazzarri che di De Laurentiis (nel caso del presidente non la chiamerei così…), è ragionevolmente alto in classifica un Napoli che la gioca assolutamente alla pari con l’Inter. Tutto sommato, almeno atleticamente spesso il livello di ciò che si vede non è poi così accio, la metà delle squadre di Serie A offre spesso spettacoli decenti. Il punto è che vengono visti solo in tv, o quasi. Gli stadi sono vuoti, e intanto Abete prepara un dossier leggermente superiore a “Horcynus Orca” per la candidatura italiana agli Europei 2016. Motivo temo, credo, per rifare gli stadi, cambiare la destinazione d’uso dei terreni, richiedere qualche deroga e invocare la Protezione il più possibile Civile di qualcuno che possa. Un potente, insomma.

Nessuna riflessione su che cosa è o è diventato il pallone da noi, sul suo futuro, sul movimento calcistico, sui giovani, i bambini ecc. Forse a proposito di giovani , dovrebbero leggere il libro di Ferruccio Mazzola “Il terzo incomodo”, Bradipo Libri, dedicato alla stagione nerazzurra di lui, suo fratello, l’Inter di Angelo Moratti e di H. H., il doping e varia umanità. E’ stato querelato, è stato assolto dall’accusa di diffamazione. Forse anche per il calcio vale la regola aurea di ricostruire chi eravamo per sapere chi siamo e chi saremo. Il calcio di ieri è figlio di quello dei Mazzola dell’altro ieri, che il cadetto Ferruccio ha avuto il coraggio di svelare, facendosi solo nemici. E il calcio di oggi, quello dei denari a go go che sono finiti e che si attacca a diritti tv che non possono reggere all’infinito e che svuotano gli stadi e per certi versi anche l’anima profonda del pallone, viene da quello di ieri. Ma chi ne vuol parlare? Qui, come ai sacri Giochi di Olimpia, il fuoco deve continuare ad ardere. Anche se sul braciere ci siamo noi, e da un pezzo.

o.b.

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