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CALCIO AVANSPETTACOLO
ll pallone rappresenta il palcoscenico pił vistoso: da Lippi a Mourinho

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 febbraio 2010


Ci sono dei forti dubbi che “la rivoluzione degli spartiti” possa essere un po’ come quella dei garofani in Portogallo, anche se è avvenuta sabato a Sanremo sul palcoscenico del Festival mai così “festilenziale” dove i fiori una volta erano di casa. E’ finita lì, ingoiata dalla querelle sul televoto che è già una forma di campagna elettorale per cui bisognerebbe istruire una sorta di “par condicio” anche per loro, i cantanti, la Clerici, gli orchestrali, il pubblico dell’Ariston, le cui inquadrature in un paese ingoiato dal tubo catodico (ingoiato?) dovrebbero essere dosate in base all’espressività e all’espressione: quell’energumeno con barba e baffi è per caso di centrodestra? E quella simpatica vallettina in terza fila è a Sanremo per il centrosinistra? E via così, per la china lungo cui rotola il “barattolo” di Gianni Meccia con dentro “Amici”, Presta, “X Factor”, Presta, Bonolis, Presta, Costanzo, Presta ecc. E il Principe, naturalmente.

A proposito del Principe, il trio lescano è stato soccorso da Lippi, che con tutti i problemi del calcio italiano e del suo massimo vessillo nell’anno dei Mondiali, cioè la Nazionale, non ha trovato di meglio che esibire uno straccio di patriottismo parolaio mentre il trio ne esibiva uno all’incirca canoro. Peccato che così dicendo abbia violato il regolamento del Festival: e fin qui chi se ne frega, commenterete voi. Il punto è che sotto gli occhi di tutti (le orde di telespettatori che l’Auditel ha contato con la solita acribia: uno, due, tre… tutte le pecorelle fino alla decina di milioni di media…) e per il tramite di Cassano la cui precedente ospitata faceva da richiamo per l’allodolone ct, sul set di Sanremo si è consumato l’ennesimo matrimonio morganatico tra il sentire nazionale e il calcio. Sono vasi comunicanti da sempre, ma non da sempre arrivano a influenzarsi in modo e dosi industriali quotidianamente come di questi tempi.

Dico di Termini Imerese, e del picchetto sotto l’albergo della Juventus/Fiat a Bologna. Dico dell’Alcoa e della manifestazione allo stadio Sant’Elia di Cagliari, per fermarmi agli ultimi e più vistosi episodi. Se il calcio rappresenta il palcoscenico nazionale più vistoso, e l’hanno capito tutti da Berlusconi (1986) in poi, e il paese si perde i pezzi e il lavoro, come volete che le due facce del prisma non tendano a combaciare? I cassintegrati leggono dei guadagni di Marchionne e Montezemolo e pensano a Diego e Del Piero, anche se questi due sembrano avere poco a che fare con gli altri. Ma non si può rimuovere un’abbinata materiale e immateriale secolare come Juventus e Fiat, distinguendola nelle persone, quando la pancia è vuota e il lavoro scompare. E’ ovvio che si tenda a buttare tutto nel calderone. Preparatevi quindi a una discesa negli inferi anche da questo punto di vista, se il ragionamento o l’osservazione hanno un senso.

Il calcio funziona da eccezionale cassa di risonanza in fatto di popolarità in positivo, per cui Ranieri o Totti potrebbero battere la Polverini nel Lazio, ma anche in negativo: si riesce sempre meno a tenere separati gli scomparti del disagio e dell’emotività sociale, fuori ma anche dentro gli stadi. Per cui il solito picaro di Setubal, che una ne fa e cento ne pensa, sabato al Meazza l’ha fatta grossa: le manette di Mourinho sono benzina sul fuoco di umori già contra-stati, per dirla eufemisticamente, e se poi i tifosi sfogano la rabbia con il pretesto di un’espulsione in più (paradossalmente nella serata in cui Tagliavento ha arbitrato bene, ma ormai sembra che l’aspetto della bravura arbitrale quasi non conti) avremo raccolto semplicemente quel che si sta seminando. Del resto che della regolarità del campionato, dei suoi arbitraggi, dei suoi calendari non freghi più nulla a nessuno da un pezzo è cosa arcinota ed evidente: pensate, domani alle 18:30 si gioca il recupero di una partita che si doveva giocare il 19 dicembre. Fiorentina-Milan non si disputò per il maltempo e il ghiaccio. Peccato che il campo fosse perfettamente agibile ma fossero gelati gli spalti, cui il club non aveva pensato. Così nel palleggiamento di responsabilità si gioca domani, dopo più di due mesi. Era la prima data buona, per calendari intasati. E si gioca alle 18:30, perché alle 20:45 c’è allo stadio (credo...) ma soprattutto in tv Inter-Chelsea, andata di Champions. Guai alle sovrapposizioni, dunque. Si fa tutto e soltanto per i diritti tv.

E’ ovvio che in questo clima che qualcuno definirebbe di “odio” per il gioco più bello del mondo e invece di “amore” per il denaro più ricco d’Italia almeno tele-visivamente, tutti si comportino di conseguenza e l’interesse polverizzi il gioco, il merito, lo spettacolo, la trasparenza, la passione. Qui ,dove il Principe vero è Milito e non Emanuele Filiberto di Savoia, il cerchio si chiude dantescamente come onde sul contagio sociale sofferenza-tifo-sofferenza. Naturalmente sembrano discorsi marziani, e mi piacerebbe vedere la faccia di Maroni o di Abete o di Galliani (per dire di tre istituzioni differenti ma interdipendenti) a leggere queste cronache spaziali in cui le cose vengono collegate come sono, e come adesso perfino appaiono.

Nel frattempo tutti o quasi si lamentano degli arbitri, qualche volta a torto e spesso a ragione, giacché i “fischietti” sono come la giustizia, che siamo costretti a chiamare “giusta” per richiamarla ai suoi doveri. Ci sono fischietti fischianti secondo norme, e fischietti fischianti abnormemente, così come per la loro mancanza di fischi. Tutti loro tengono soprattutto alla carriera, idem il designatore Collina, il Nicchi presidente dell’Aia, il resto del notabilato pallonaro e sportivo. Tutti dipendono da tutti e in questa interdipendenza a scalare la voglia di far carriera è di gran lunga il carattere dominante e non recessivo. Si dirà: è legittimo, è umano. Umano certamente sì, sul terreno del legittimo starei appena più attento perché significa benedire gli errori arbitrali sempre a favore del più forte di turno, almeno in termini di potere politico-economico-sportivo. Non è un caso che l’ultimo scudetto “sprecato”, perché non finalizzato a nulla che non fosse il “vinca il migliore” del momento, sia andato un quarto di secolo fa al Verona con il sorteggio integrale. Non solo: finché l’Aia non sarà del tutto separata da una Federcalcio che interagisce con la Lega spesso in termini di puro potere da spendere su altri tavoli, non si potrà parlare di “separazione dei poteri” e di indipendenza (come per la giustizia sportiva): ecco spiegato perché ritengo Calciopoli una “discarica Moggi” buona per finte pulizie pasquali. La polvere è ancora tutta lì.

E il denaro per degli arbitri indipendenti, chiederà il più callido dei lettori? Meno denaro, magari, e una forma di investimento distinta presa dai fondi che il Coni dà alla Federcalcio, e un tentativo di autonomia che potrebbe fungere da modello. Nel frattempo la Roma tampina l’Inter, la Juve s’è desta (pare), per la Champions c’è bagarre così come per non retrocedere. Anche qui, pensate ai soldi: tra andare in B e restare in A ci sono per tutte le 20 squadre della massima serie dai 20 milioni di euro di diritti tv in su. C’è bisogno della Cia o della Protezione civile per subodorare che la situazione è grave ma non seria?

o.b.

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