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C’era una volta il Paese “leale”

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 16 aprile 2010


E’ nota da un pezzo la contrapposizione tra paese reale e paese legale, confluita poi nel paese illegale che in gran parte siamo diventati: ma adesso s’affaccia un altro paese, il paese leale che è diventato sleale e che si è prima avviato e poi infilato a mani (piedi) basse nel paese illegale di cui sopra.

Facciamo chiarezza, giacché la vicenda di Calciopoli, sia la prima che questa bis o la prossima ter, ha creato sembra più nebbie che verità solari. E’ opportuno ricordare perché esiste la giustizia sportiva. Perché essere sleali se non nella fattispecie di reati contemplati dal codice penale o civile non è rilevante per la giustizia ordinaria. E’ invece cruciale per la giustizia interna allo sport e al calcio. Lo sport si basa o si basava o si baserebbe sulla lealtà, sul rispetto di quelle regole. Non è più così da un pezzo, e lo sappiamo più o meno tutti, dagli addetti ai lavori di varia specie e peso ai tifosi che ne vogliono essere anche minimamente consapevoli. Le telefonate intercettate dello scandalo, che riguardino Moggi oppure Moratti, Facchetti oppure Galliani al telefono con Bergamo o Pairetto o Collina o chi volete voi dell’ambiente arbitrale, per diverse che possano essere come intonazione, parole ecc., sono la dimostrazione innegabile di questa macerazione del concetto e della norma (art.1 delle carte federali) riassunti nel termine “lealtà”.

Lealtà che è difficile quantificare,un po’come la donna incinta:è tanto o poco incinta, è tanto o poco sleale… E’ sleale e basta. E quello che impressiona e che come un mercurio misura la febbre del tifo e più in generale la febbre del paese tutto, di questo paesi di tifosi del calcio come della politica,sono le reazioni: si reagisce secondo l’appartenenza tifosa o la convenienza di parte a ogni singola telefonata, considerata di volta in volta “più o meno grave”. Ma più o meno grave di fronte a che? Di fronte al codice penale? Ma non è questo in discussione (ne parleremo). E’ tutto palesemente “sleale” ma l’opinione pubblica, la stampa e la parte di classe dirigente che coincide in sovrimpressione tra calcio e politica, calcio ed economia, calcio e finanza o imprenditoria ecc., distinguono “ferocemente” se la telefonata è partita da Tizio o da Caio.

Mi dispiace, ma bisogna avere il coraggio di chiarirsi le idee: il calcio è ridotto a questa slelatà o “illegalità sportiva peculiare” certo da chi lo amministra ma anche dai media che lo accettano e lo vendono/spacciano così e dai tifosi che fanno “pubblica opinione da sciarpa o striscione di parte” che lo accettano così, "facendo finta" che sia tutto normale.
Se un merito ha questa vicenda, è quello di aver urlato “forte e chiaro” che cosa sia diventato il pallone. Non è né serio né vero né rispettoso per chi non c’è più come Facchetti negare questa evidenza che lo coinvolgeva in vita, così come gli altri leaders pallonari, direttamente o indirettamente implicati. Non è la sua memoria in discussione, ma quello che accadeva e il costume “specifico” nel mondo rotondolatrico e rotondolalico.Ci sono due aspetti ulteriori: da come parlano al telefono e come agiscono, con altre telefonate trascritte in arrivo in Tribunale, è evidente la normalizzazione della slealtà. Nessuno di loro si sente davvero in colpa, perché, dice Moggi e pensano senza dirlo gli altri concorrenti a questo scudetto del maneggio, “era quello il sistema”.

Ma allora visto che li riguarda tutti o quasi (staremo a vedere) dobbiamo pensare che questo tasso di “slealtà organizzativa, logistica” sia continuato anche dopo Moggi. Se il sistema era quello B.M. (before Moggi, cristologicamente), sarà immagino continuato ad esserlo A:M (after Moggi): perché no se era abituale quel vezzo di confricare con arbitri e designatori? Perché no se quella forma di “illegalità calcistica” denominata slealtà era stata legalizzata dal costume, dalla Costituzione materiale del pallone,così da diventare se non commendevole almeno sopportabile? Con il concorso di colpa di tutti i variamente coinvolti, almeno dal punto di vista della giustizia sportiva che si regola sul codice della lealtà. Il mio timore- ed è la seconda notazione - è che questo sistema coinvolga psicologicamente e materialmente anche il potere calcistico, compreso quello giudiziario che nella Repubblica del pallone dipende di riffa o di raffa dall’esecutivo (Federcalcio, Lega dei club specie di quei quattro, cinque che contano di più…). E’ il modello (il giudiziario dipendente dall’esecutivo) che vorrebbe dichiaratemente per l’Italia Paese il presidente del Consiglio e di cui già gode come presidente del Milan sub specie Galliani. Quindi purtroppo è “tutto da rifare”, Moggi o non Moggi, oppure, come per la Costituzione, il legittimo impedimento, le leggi ad personam ecc., ci sarebbe l’espediente di togliere la “lealtà” anche dalla Costituzione calcistica, così da non avere più intralci di sorta. Nel frattempo però va ridiscusso e riesaminato tutto giacchè nel 2006 le sentenze ci sono state,eccome. Obiezione, per scudetti e condanne: ma ormai c’è la prescrizione. E qui le idee sulla giustizia sportiva si fondono e si confondono con le idee sulla giustizia ordinaria.

Ma come sarebbe, la prescrizione per Andreotti e per Berlusconi è un marchio di infamia per coloro che a torto vengono etichettati come “giustizialisti” solo perché (credo) vogliono accertare e raccontare la verità dei fatti, e invece nel calcio la parola prescrizione suona come “apriti Sesamo” per liberare le coscienze? Forse che la lealtà sportiva è prescrivibile oltre che (non) quantificabile? Strano atteggiamento. Berlusconi prescritto è un infame, i prescritti del calcio sono semplicemente dei prescritti. E veniamo grazie a questo passaggio alla giustizia ordinaria: non entro nelle magagne delle indagine apparentemente molto mirate, e neppure dall’impostazione dell’accusa. C’è un tribunale per questo, e al momento risiede a Napoli. Solo che rimuovere tutta la parte sul Paese sleale in funzione del Paese illegale in un quadro specificamente giusto ma erroneo e distorcente più in generale, rischia di falsificare il Paese reale di cui all’inizio.

La giustizia sportiva c’è apposta, perché in moltissimi casi per tempi e modalità quella ordinaria non è sufficiente o addirittura non riescxe a focalizzare i reati. Troppo spesso abbiamo visto che riesce difficilmente dimostrabile che una partita sia andata in un modo o nel modo opposto per corruzione, concussione o raggiri mafiosi. La palla, si sostiene, non è così controllabile, il rigore può starci oppure no e la montagna di sospetti e polemiche dell’ultimo inverno A.M. lo testimonia anche senza il fascio di nuove (vecchie e non utilizzate) trascrizioni: si è arrivati a sostenere senza sorridere (dirigenti, tecnici, giocatori, designatori, arbitri, stampa ecc.) che “almeno adesso sbagliano in buona fade”.

Interessante: chi misura la buona fede specie in assenza di “lealtà” come si è detto? Quindi naturalmente il Tribunale faccia il suo lavoro per quel che gli compete, con PM e avvocati delle parti, ma non perdiamo di vista che cosa è diventato il calcio, faccia omogenea al resto dell’Italia. Pensare che doveva servire da oppio dei popoli, o da messa laica (“la Roma è una fede”…). Sono tutti incazzati senza oppiacei e bestemmiano continuamente in chiesa e fuori delegando al tifo pallonaro (cfr.Ilvo Diamanti con qualche anno di ritardo…) quello che non delegano quasi più in fatto di appartenenza alla politica. E noi li fottiamo anche come tifosi: non c’è che dire, davvero sappiamo come farci del male (non soltanto al telefono)…

o.b.

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