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I RIMPIANTI DI ROMA
Al giro conclusivo, l’alleata dell’Inter diventa la Sampdoria: campionato chiuso?
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 27 aprile 2010
Parafrasando Gozzano, l’indimenticabile e dimenticato Giuan Brera scriveva: “Calcio, mistero senza fine bello…”. Costretto dalle peripezie professionali, dall’anagrafe e quindi dalla memoria a divagare molto, aggiorno Brera, quartiere del giornalismo non solo sportivo, in “Roma, mistero doloroso e gaudioso non ancora finito”. Almeno ad oggi, quando la domenica di Elettra e del lutto si è consumata e si tenta di elaborare questo lutto, per capire, temere, supporre, sperare. Ci sono ancora 9 punti, su tre partite una l’Inter la può anche pareggiare, se la Roma ne vince tre su tre – e non è cosa facile neppure questa – può finire a pari punti scudettandosi. Naturalmente la differenza abissale con la vigilia è che allora dipendeva tutto dalla Roma e si sarebbe potuta in qualche modo “autoscudettare”, ed ora no. Perché?
Troppa euforia? Troppa stanchezza nervosa? Troppa fretta da parte di Ranieri nello sbilanciare la squadra che stava comunque pareggiando e a cui bastava un gol? Forse: e pensare che Ranieri ha fatto un po’ il Mourinho, ossia ha inalberato esattamente l’atteggiamento che contro la Roma all’Olimpico aveva perduto l’Inter, dopo il pareggio andata stoltamente all’arrembaggio.
Sconfitta quell’Inter con una rosa quasi doppia in confronto a questa Roma, sconfitta ier l’altro questa Roma con una rosa quasi doppia in confronto a questa Sampdoria. Misteri gaudiosi e dolorosi, appunto. Certo, vedendo che la Roma non chiudeva la partita con un altro gol ai tifosi romanisti, a quelli palermitani gemellati per un giorno dal vantaggio Champions per una sconfitta della Samp, ai cronisti un po’ più grigi, magari sarà venuto in mente quel Roma-Lecce dell’aprile ‘86, con il sindaco Signorello in giro per lo stadio prima del fischio d’inizio come un “maledetto” turibolo politico. (Questo per dire che per politica e calcio insieme non è comunque mai produttiva la nostalgia).
Oppure, pensando ai contemporanei e contigui Internazionali di tennis, si sarà materializzata la storia del “braccetto”, della paura di vincere contro-faccia della paura di perdere: il braccetto corto, la palla non spinta, la preoccupazione, tutti agenti negativi che in un certo senso Ranieri può aver cercato di ridimensionare con i cambi in corsa da “Avanti Savoia”. Avesse segnato un Riise invece che un secondo Pazzini, staremmo qui ad adulare l’imperatore Claudio invece che a spulciarne gli azzardi eventuali. E domenica c’è Lazio-Inter, e siamo ancora avvolti nel clima furibondo del derby, degli incidenti, della vittoria sorprendente e della sconfitta magari immeritata, del gesto neronico di Totti e delle polemiche non sopite. Ancora un misto di misteri gaudiosi e dolorosi intrecciati insieme. Tutto sommato, a non voler approfondire, a maggior gloria del calcio. E lo scrive uno che non perde occasione per segnalarne gli aspetti fogneschi, a tutti i livelli. Ma questo non impedisce di prendere atto che la palla rotonda resiste come simulatore d’epoca, e non c’è scandalo o traumatica incredibilità che riesca ad intaccarne del tutto il fascino. Doloroso e gaudioso. Ai margini di tutto ciò il ministro Maroni propone il Daspo, onomatopeica misura che mi ricorda il graspo dell’uva (per la metafora di una società baccante, ubriaca di Bacco) e che significa invece tener lontani dagli stadi i tifosi violenti, anche per i giocatori men che commendevoli. Ce l’aveva con Balotelli, con Totti, con chi bestemmiava in campo/chiesa, con quelli che picchiano senza pietà, con quelli che fanno gestacci o che fanno scena come stuntman che il calcio inglese fischierebbe all’impronta (domandare a uno come Di Canio che lo conosce)?
Non lo so. Certamente la risposta più pronta gli è arrivata da Cristiano Lucarelli, segretario livornese di “sinistra e labronicità”, che ha eccepito: “Daspo anche per i parlamentari che si malmenano in aula, casomai, visto l’esempio che danno”. Difficile dargli torto. E sempre ai margini di questo interminabile Inter-Roma di campionato e Coppa che ha riempito gli anni del dopo Calciopoli, va comunque rimarcato che neppure l’Inter ha ancora vinto niente: non la Champions, che ad occhio potrebbe vederla in finale malgrado Messi e uno Snejider azzoppato, non lo scudetto e neppure la Coppa Italia, premio di consolazione.
Quindi il peso doloroso e gaudioso del “mistero” preme ancora anche sulle spalle della gens interista, nella stagione più sofferta. In campo, perché certo fino a tre mesi fa il concorrente unico era solo e pro forma uno sbatacchiato Milan, evaporato da ultimo senza più un rigore a favore come la Juventus dell’anno scorso, quando cacciò Ranieri. Ma anche fuori campo, in aula di tribunale, dal momento che dopo quasi quattro anni di bonaccia si sono improvvisamente (improvvisamente? E come mai? Per “colpa” di un imputato che si difende?) increspate le onde e le trascrizioni delle famigerate intercettazioni telefoniche. Oggi si replica a Napoli. Aspettiamo con curiosità e senza ansia, almeno da parte di chi ne ha condannato ogni aspetto canagliesco fin da subito, quattro anni fa di questi tempi, salvo poi dover riconoscere che quella parte di realtà fatta uscire non poteva riassumere il tutto. Moggi come sineddoche sembra troppo anche per un linguista come Tullio De Mauro. E le nuove/vecchie intercettazioni in qualche modo devono pure riscuotere qualche attenzione, se all’inizio l’accusa le ha definite “inesistenti”, poi “penalmente irrilevanti”, infine minori cioè di “poco interesse” per i loro contenuti. Mentre ora le registra agli atti di un processo penale. Se sono scemenze, il dibattimento lo dimostrerà. Altrimenti si vedrà ricordando però che per la “fulgida” (l’azienda di pulizie…) della Federcalcio è tutto prescritto e se le cose fossero venute fuori allora le sentenze del 2006 palesemente non sarebbero state le stesse. Sia nelle condanne che nelle assoluzioni. Almeno secondo l’evidenza di quel che risulta, che mi fa apparire il pallone ben più “doloroso” di quanto ce lo vogliono mostrare.
Eppure anche più “gaudioso” se tutti o quasi abbocchiamo come e meglio di sempre, avvinghiati al fischio o al silenzio di un arbitro, come per esempio Damato che non ravvede in un “mani” di Zauri un fallo da rigore. Sto dicendo che è “interista” e corrotto? No. Sto dicendo che non era rigore? Per me forse no, ma è solo una discutibilissima opinione televisiva in tempo reale. Sto invece dicendo che bisognerebbe fare tutto il possibile per non far mai pensare che un rigore simile all’Inter in circostanze analoghe sarebbe invece stato concesso. E per tutta la stagione abbiamo discusso in questo senso di designazioni e arbitraggi, di Collina e dei suoi, con toni da scandalo almeno uguali se non certe volte peggiori di come lo facevamo ai tempi del Moggi-system: dunque non era comunque almeno e soltanto un “Moggi-system” e di questo va tenuto il debito conto.
Come va sottolineato che non è solo “cosa nostra”: in Champions ultimamente i direttori di gara hanno sorriso all’Inter, che pure si sta meritando finalmente una finale come ai tempi di Moratti senior, di Allodi, degli orologi ecc. (domandare ai Mazzola brothers…). Eppure questi “sorrisi” fanno sghignazzare di fronte all’arbitraggio di Ovrebo in Bayern-Fiorentina. Tutto ciò non solo non assolve nessuno, ma dovrebbe far venire o rinascere la voglia di un calcio pulito, in un settore cui si affida la “distrazione” ufficiale di un Paese affogato nella politica, nella quale si tifa anche il 25 aprile esattamente come nel calcio e come nei processi sportivi o penali che riguardano il calcio. Con effetti deleteri, per lo spirito e per la carne.
L’ultimo grano di rosario di questi misteri calcistici di doppio segno è per Giampaolo Pazzini: segna con e senza Cassano, è un ragazzo sveglio che ti guarda negli occhi, continua ad imparare (una volta sbagliava spesso palo dove appostarsi…), è stato svenduto dalla Fiorentina che oggi sta svendendo se stessa da quel Genio Compreso di Corvino, che così ha rinforzato una concorrente alla Champions per la “seconda fila”, e risulterà forse determinante per lo scudetto. Mentre a Firenze il Della Valle minor va via nell’intervallo per evitare fischi, e il sogno gigliato, il Terzo tempo, il fantasmagorico “progetto” e le altre menate sfioriscono.
Mi sfugge francamente la parte “gaudiosa” del mistero fiorentino. Forse è un mistero marchigiano, da azienda di famiglia, che non riesco a cogliere.
o.b.
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