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LA BRUTTINA STAGIONATA
Nazionale sbiadita, ma in crescita: le assenze potrebbero rivelarsi positive

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 8 giugno 2010


Anche senza campionato né Coppe, è stato un weekend sportivo pieno di cose. Sfortunato per Valentino Rossi, che però con la stamina che ha si riprenderà certo prima di Scaglia, il manager Fastweb (di cui il pilota è testimonial) stoppato dalla giustizia per uno scandalo all’apparenza colossale. E invece fantastico per Francesca Schiavone, la “brava” del Roland Garros giustamente sugli scudi. Un’italiana che vince nel tennis fa epoca, ma fa anche costume e pone questioni di cultura sportiva abitualmente lasciati sotto i tacchi dell’attenzione da un sistema mediatico superficiale e menefreghista, da “al lupo al lupo”. Se devo essere schietto, vedendo le immagini di Francesca da Parigi e poi leggendone sui giornali non ho pensato tanto alla Lazzarini, o alla Pericoli o a Panatta e Pietrangeli, bensì a un fenomenale “rompighiaccio sportivo” come Paola Pigni nell’atletica o Novella Calligaris nel nuoto. Sono a modo loro, con tutte le diversità che insieme le separano e le uniscono, delle pioniere. Dei punti di riferimento. Degli “strilli” pubblicitari. Dei simboli del momento, dei fumetti sportivi che nella loro “nuvoletta” di fenomenali cartoon ci dicono in sostanza “si può fare”.

È un “si può fare” non ristretto soltanto al tennis, o allo sport, ma alla condizione femminile e all’intiero sistema-paese che ha tanto bisogno di emulare qualcuno/a. Si aggiunga la straordinaria, ovverosia la “fuori dell’ordinario”, normalità di Francesca, non un’amazzone né una campionissima, non un robot con le gonne né una baciata dal Dio tennis bensì una tennista gradevole e non pin up nel senso più pieno della parola, e si avrà un contesto nel quale mettere a fuoco la Schiavone e la sua lunga marcia per arrivare al proscenio con tanto, tantissimo merito. Ha “barazzuttizzato” il suo tennis, e ne ricava il massimo possibile. La “bruttina” del sabato è la Nazionale di Lippi, con tutte le polemiche conseguenti, da Marchisio e il suo inno “rifatto” (ma sarà vero?) a Calderoli che chiede “premi tagliati e sacrifici anche agli azzurri”, ad Abete che gli risponde “sono soldi della Fifa”.

Qui uno dei due non vuol davvero capire, e si parlano in lingue differenti. Un po’ come accade a quella “meravigliosa creatura” di Romualdo Corvino, figlio di Pantaleo manager della Fiorentina, che mi minaccia di querele legali non ho capito bene perché. Forse perché sono a tal punto un suo estimatore, suo e della filiera che il padre rappresenta, da invocarlo come salvatore della “patria viola” nel ricambio generazionale? Non era lui il vero procuratore di quell’Osvaldo meteora acefala a Firenze? Non è lui assieme al padre a farla da primattore nel mercato dei piedi nostrani, nazionali e internazionali? Ma non distraiamoci. Calderoli può sembrare ed essere populista, come quando girava con un maiale al guinzaglio per favorire l’integrazione interconfessionale con l’islam… se non sbaglio a Bologna. Ma parla di sacrifici, Nazionale padana a parte. Abete risponde che non sono soldi che caccia lui come Federcalcio, cioè noi: e che c’entra? Se il problema è una generale austerity, forse va posto seriamente dal primo e raccolto seriamente dal secondo (che risponde a un giro manageriale di primissimo stampo che comprende il fratello, Montezemolo, Della Valle, Tronchetti ecc.: in una parola l’avvicendamento che il Paese aspetta ansiosamente nel dopo-Berlusconi, quando verrà fuori il merito e la qualità… Fischia!!!).

Ma non mi pare che nessuno dei due sia intenzionato a farlo. Nel frattempo tra lo scetticismo generale peraltro motivato, Lippi sta portando in Sudafrica dopo la seconda amichevole un gruppo in crescita psicofisica, costretto dall’assenza di Pirlo a reinventarsi tatticamente, con Cossu o senza. Non è detto che fare di necessità virtù sia un male, nel livellamento generale. Resto ovviamente critico, ma non così pregiudiziale da non notare una crescita che può donare dignità alla spedizione e ascolti alla Rai, presente in Sudafrica mi dicono con una missione “sparuta”, che con l’Italia in panne cambierebbe in fretta una vocale. Il calcio italiano nella sua classe dirigente, come il Paese, fa acqua più di quanto il pozzo della Bp non faccia petrolio nel Golfo del Messico. Ma è storia nota. Purtroppo la gestione dell’affare Ct, le scelte, i gattini ciechi su “Calciopoli” non accennano a migliorare. E quindi ci si aspetta sempre dal campo qualcosa di meglio del fuori campo. Ma non è la norma. È l’eccezione. Quando migliorerà il resto, sarà naturale raccoglierne i frutti sia che si giochi con il 4-4-2 che con il 100-100-100 di impegno e di dedizione alla maglia, con o senza inno incorporato.

Il “cattivo” del pallone fino a venerdì scorso sarebbe stato ovviamente Lucianone Moggi, che chi scrive ha chiamato per decenni “Licio” per rimarcarne il potere e la capacità occulta e occultista. Solo che da quando, ormai da poco meno di quattro anni, mi è motivatamente parso che ci stessero prendendo per i fondelli riversando nella discarica/Moggi tutti i rifiuti possibili, l’unica cosa che potevo fare per rispetto di me stesso e dei lettori era cercare di approfondire, di allargare il bacino della verità. Su che cosa fosse o fosse diventato davvero il mondo del pallone, con Moggi o senza. Perché ho scritto “fino a venerdì scorso”? Perché sabato è uscita su Repubblica un’intervista a Tavaroli, il responsabile della Security Telecom, che fa una serie di affermazioni molto pesanti sul suo ex datore di lavoro, Tronchetti Provera.

Domenica controintervista de Il Giornale al marito di Afef in Pirelli, in cui Tronchetti reagisce. A parte il fatto che Tavaroli andrà a deporre a Napoli al processo di “Calciopoli”, su una cosa almeno “nulla questio” tra l’ex carabiniere e l’ex marito di Cecilia Pirelli (se rinasco sposo bene anch’io…). Entrambi concordano sul fatto che Tavaroli fu messo in contatto con Moratti da Tronchetti su richiesta di Moratti per “spiare il mondo del calcio” già nel 2002. Caspita. Un’operazione illegale (non erano le intercettazioni ordinate da una Procura) molto prima delle indagini di Auricchio e soci! Certo, poi Moggi è un “mafioso” e Moratti “un granduca”, secondo le differenti tifoserie. Ma non siete curiosi di sapere come siano andate davvero le cose? E davvero oggi, dopo quattro anni che martello in (quasi) completa solitudine tra lai giustizialisti la necessità di una verità complessiva o almeno più allargata, pensate ancora che ci sia un Barbablu/discarica e un calcio quasi pulito che è venuto dopo di lui? Ma insomma, il cervello – o il polmone - è finito in bocca ai gatti?

o.b.

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