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UN CALCIO A PARTE

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 15 giugno 2010


C’è tutta l’ironia della storia, tra natura e cultura, nella resistenza che le “vuvuzelas”, le trombette di solito variopinte dei sudafricani, stanno opponendo al business. Pensate, miliardi di telespettatori per il Grande Affare Pallonaro, il GAP, soldi a palate sotto gli occhi di una terra la cui parte maggiore muore di fame, schieramento quasi bellico di mezzi tecnici: e tutto sembra sempre a rischio di finire a puttane, come succede alla politica troppo spesso da noi. E sì, come forse sapete si lamentano che il suono ininterrotto, il rumore di fondo e di fondale di queste trombette, non dia pace a nessuno: negli stadi, salotto buono del Gap dove arrivano i VIF (very important fans secondo il memorabile acrostico di Vittorio Zucconi…), non c’è tregua né prima né dopo gli incontri, né durante gli inni nazionali (ci siano Zaia o La Russa non importa…) né durante gli incontri per rendere invivibile la vita dei telecronisti e dei radiocronisti.

Naturalmente sempre che si consideri la loro resa professionale più adeguata delle “vuvuzelas”: il dibattito è aperto. Ma le trombette non desistono mai, di giorno e di notte, e il mondo del pallone dorato in trasferta in Sudafrica si lamenta e minaccia rappresaglie per un attentato di lesa maestà. Si dicono infatti attrezzati per il terrorismo, ma non per questo popolarissimo “terrorismo” fonico che li sta sconvolgendo. Quindi stanno cominciando a diffondere il verbo: attenti, smettetela con le “vuvuzelas”, se no vi faremo qualcosa, non si sa bene che. Una specie della storia italiana di Pier Capponi al contrario: se voi suonerete le vostre trombette noi vi suoneremo come campane.

Vorrò proprio vedere da che parte staranno in questa eventuale impari, ridicola e insieme serissima tenzone i mass media planetari e quelli di casa nostra. Forse non basta che più o meno tutto il Mondiale sia sotto scorta, e ieri nello stadio di Cape Town dove avrà giocato l’Italia sotto la pioggia di un tempo che sarà stato infame solo in caso di sconfitta azzurra... ieri dicevo malgrado la pioggia siano stati impediti gli ingressi agli ombrelli. Sì, avete letto bene: è vero che lo stadio è tutto coperto, ma magari per arrivarvi e andarsene sotto il bagno pluviale un ombrello sarebbe stato utile. Ma è considerato arma impropria, contro il terrorismo non sono concessi lussi o tolleranze. Così è fottuto anche il nostro Altan, che dovrà accontentarsi nelle sue leggendarie vignette ahimé solo delle banane.

Nel frattempo dopo quattro giorni di Mondiali è già più che evidente quello che era stato previsto alla moviola: il continente africano affida al Sudafrica che affida agli stadi che affidano ai giocatori e alla coreografia fuori campo (spesso più curiosa e ricca del gioco visto) il messaggio di marketing “tutto il mondo è paese”. Il calcio tende o vorrebbe tendere secondo i suoi padroni a piallar via i trucioli delle differenze perché alla tv tutto è uguale o si somiglia, e la penetrazione mercantile deve raggiungere più persone possibili. Per questo sono affascinato dalle “vuvuzelas”, dalle trombette com-battenti per la libertà, naturalmente non saprei bene per la libertà da chi o di che cosa. Ma questa è un’altra storia, dedicata ai campanari.

o.b.

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