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UN CALCIO A PARTE

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 16 giugno 2010


Non è stata un’Italia da buttar via, da alcuni punti di vista. Elenchiamoli, per onestà e per toglierci il pensiero: la tenuta atletica, in progresso, lo spirito di corpo pur se accompagnato ogni tanto da un’ingiustificata lotta alla stitichezza, la formazione in progress di un gruppo che per ora è un gruppetto e comunque non sembra possedere nella rosa sudafricana dei valori aggiunti . Ma non confondiamo il cuore, di cui parlano Lippi e compagni, e molti addetti ai lavori, e anche un certo numero di tifosi, con il coraggio: l’etimo è lo stesso ma quanta differenza.

Per vincere le partite bisogna rischiare di perderle, è una legge onnicomprensiva di sport & vita che non riguarda solo la tattica e l’equilibrio in campo. L’Italia ha rischiato di perdere lo stesso, non avendo la difesa pressoché impenetrabile delle sue migliori tradizioni, con il ludibrio di un “blocco” di Cannavaro, sì, ma sul compagno De Rossi, neppure su corner bensì su una punizione/cross dalla tre quarti abitualmente pasto per difesa o portiere. E ha pareggiato solo per uno svarione del portiere avversario. Questo dicono le cronache. È ovvio che potesse andare peggio, a questo punto, sia come risultato sia come livello d’intensità di gioco. Ma essere soddisfatti significa come spesso scambiare il dito per la luna. Questa è una squadra media, che per non diventare mediocre deve trovare un’unità d’intenti corale, la voglia di giocare sempre e comunque, una formazione sensata in riferimento alle due precondizioni citate.

Non è un’Italia da possesso palla, e non è un’Italia da contropiede, quindi rischia le sortite altrui ma non è abbastanza incisiva: ma potrebbe essere le due cose se accroccata psicologicamente per benino, cioè per vincere e non per non perdere e quindi pareggiare, e se disposta in campo di conseguenza. La difesa è più o meno questa, Maggio avrebbe più corsa e Criscito è più tecnico, ma siamo lì. Zambrotta è d’altro livello, ma gli pesano anni e acciacchi. Cannavaro è più giù di quel che sembra e di quel che cantano gli aedi, e Chiellini per ora è confusionario. A centrocampo solo romanisti persi stravedono per De Rossi, che mi pare ancora a metà condizione, il che è d’altro canto beneaugurante. Montolivo se gioca così non deve uscire più, neppure con Pirlo. Marchisio era un nonsense degno di Lewis Carroll: è un Tardelli più avanzato, non un Di Natale che svari dietro il paio di punte. Ma Marchisio è per l’appunto la dimostrazione della paura di Lippi di cui sopra. Ed era “solo” il Paraguay, che non ha mai tirato in porta (eccetto una volta, in effetti…).

Non è la squadra che deve cambiare, ma la testa con cui va in campo. Lippi è in grado e vuole cambiare questa testa, adesso che c’è un turno di riposo con la Nuova Zelanda prima di una Slovacchia molto lenta e meno fisica del Paraguay? Se la cambia, al di là di chi gioca (Marchisio va bene nel suo ruolo, non in altri), l’Italia può avanzare. Altrimenti si esce, e senza gloria, per gli alti lai di molti commentatori che non parlano ormai più (per scelta politica? per diversivo?) non dico il padano ma neppure l’italiano. Cioè, non dico l’Italiano, ma neppure il padano…

o.b.

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