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UN CALCIO A PARTE
Basta cosė, aridatece Orson Welles
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 19 giugno 2010
Ma sì, aridatece Orson Welles, quello della invasione di marziani alla radio e della guerra dei mondi: per dire di un genio della comunicazione e dell’arte combinate insieme. Che altro sono i Mondiali sudafricani se non la versione aggiornata della creatività di Welles? Prendete le vuvuzelas. Ogni giorno se ne parla, e per svariati motivi: sono le trombette a riassumere il Mondiale, e non viceversa. Hanno invaso l’orbe terracqueo, hanno rigirato il tondo in fallico per la gioia dei simboli. Adesso hanno anche e finalmente preso possesso dell’antistadio, leggi l’avamposto di protesta a Palazzo Chigi. Sotto suonano e strepitano, sopra intanto nominano un altro ministro per un altro ministero, si spera non del tutto a sua insaputa. Non scajoliamolo troppo. Non capisco però perché definirlo ministro per il Federalismo, quando il Paese era ormai più che maturo per un ministero della Padania, cui preporre il Brancher… Mah…
Ma le vuvuzelas sono anche motivo del contendere tecnologico. Mentre in Italia gli opponiamo a chiacchiere la efferata resistenza degli addetti ai lavori, scalzati nelle loro competenze da trombette subdantesche alla Gianni Schicchi d’altro colore, si scopre che altrove, per esempio in Inghilterra o in Francia, gli omologhi di Rai e Sky hanno “semplicemente” adoperato in tv un filtro digitale che escludesse il suono così ossessivo e temuto. Purtroppo pare che da noi delle trombette alla vigilia nulla risultasse. Non avevamo mandato esploratori… Che strano, vero?
Ma Orson Welles non esce fuori soltanto da questi strumentini alla buona che hanno stravolto i Mondiali, bensì anche dai risultati a sorpresa: se si deve stupire fuori campo, con i marziani o con le trombette, ci si può domandare che cosa sia necessario fare per meravigliare in campo e tenere così agganciati telespettatori a miliardi che altrimenti dormirebbero di fronte alla mediocrità dello spettacolo, salvo destarsi per la loro Nazionale con inno incorporato (a proposito, ma voi le conoscete tutte le strofe del Canto all’Italia? Sicuri?).
La risposta è: rendere incerto l’Evento Planetario a colpi di livellamento e di risultati sorprendenti. E da questo punto di vista non ci possiamo proprio lamentare. Bisognerebbe chiedere ai bookmakers… Il livellamento verso il basso è palese, le sorprese pure. La Spagna che perde, il Sudafrica già fuori (perché Messico e Uruguay non dovrebbero pareggiare…?), la Francia strafatta e rimpippita, adesso anche la Germania che dopo l’iniziale esibizione di giovinezza viene purgata da una squadra all’esordio molliccia, come la Serbia degli avventurieri (del pallone). Il tutto a maggior gloria dell’incertezza e delle speranze italiane rimpannucciate dopo il pari “in cui abbiamo fatto la partita” secondo gli esperti, anche senza tirare in porta.
Dunque fare pronostici è un assurdo logico, a meno che uno non si butti sull’Argentina o sul Brasile, come vorrebbe la logica e il campo. Ma per restare fedele all’amato Orson, capite che non mi posso contentare. Quindi, anche solo per essere smentito già oggi all’insulsa ora di colazione in cui l’Olanda giocherà contro il Giappone per l’ennesima sorpresa (!?!), dico che invece vedo bene i boeri. Non hanno mai vinto un Mondiale anche se sono pratici del Sudafrica per altri motivi. E il loro giocatore più evocativo, Robben, si chiama come l’isola dove è stato prigioniero Mandela “Madiba” per una vita con risvolti carcerari calcistici, Robben Island, l’isola delle foche. È abbastanza per prendere posizione “onomastica” in questo Mondiale di (quasi) nessuno e dunque di (quasi) tutti, per la gioia del cassiere?
o.b.
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