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UN CALCIO A PARTE
Italia, cogli il tuo attimo
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 20 giugno 2010
È stata una strana vigilia, questa di Italia-Nuova Zelanda. Per una serie di motivi. Intanto, perché comunque la squadra, il Ct (sta per “comunque tecnico” e vale per gli italiani in massa…), l’ambiente azzurro, i pochi tifosi Vif in Sudafrica e le molte decine di milioni in Italia o nel resto del mondo sono divisi tra un vago timore e la sensazione di eccessiva sproporzione. La sproporzione è tra una Nazionale come la nostra, in ogni caso stramiliardaria fino alla noia in un Paese stracalcistizzato fino al midollo a partire dalla politica, e una Nazionale senza calcio professionistico in patria con diversi sport che precedono il pallone nel gradimento e nella pratica. Quale dei due è un Paese sportivo, cioè dotato di cultura sportiva? Ai posteri…
Questa sproporzione non impedisce ma anzi spinge a razionalizzare ancor di più una partita che non dovrebbe avere in ogni caso storia: e se non si vince neppure con i neozelandesi? Di qui il timore. Anche perché dandosi un’occhiata intorno Lippi & soci vedono molte brutte figure da parte di tutte le squadre europee, nel gioco, nei risultati o in entrambi. Fabio Capello magari vincerà i Mondiali ma dopo due partite non sembra fisiognomicamente neppure più lui, e tra l’insoddisfazione per il non-gioco di Rooney e gli altri (l’unico che si batte è Fassino, cioè Crouch, ma entra sempre tardi…) e le critiche a raso in patria è diventato il sosia di Franco Franchi. Tanto è arcigno il suo “mood”.
E così i raffronti con l’Argentina finora piuttosto serena e il Brasile all’apparenza a posto, oppure nell’ordine l’Uruguay, il Messico, lo stesso Paraguay ecc. non sono consolanti perché l’Italia farebbe comunque parte della scuola europea. È la preparazione, la vecchiaia (ma la Germania?), la lentezza di carburazione, l’altitudine da ascensore nelle varie località, a fregare per ora il Vecchio Continente? Mah…
E poi c’è quella che da un momento dopo la prima partita ho richiamato come mentalità sbagliata, che fa sembrare gioco o prevalenza tattica ciò che invece non lo è. Se non credete a me, che mi intendo di politica solo quando scrivo di calcio e capisco di calcio solo se scrivo di politica, almeno credete a De Rossi che ier l’altro ha detto le stesse cose: è l’atteggiamento che va cambiato, non è un problema di formule numeriche in campo. Davvero si pensa che con la Nuova Zelanda (pur cresciuta tatticamente come tutti) il punto sia il 4-4-2 oppure il 4-3-3 o il 4-3-1-2? Ma siamo seri per un momento. Certamente contano le caratteristiche e le attitudini dei giocatori, e Marchisio recupera palla meglio di Di Natale, ma tutto ciò lo terrei in conto, che so, per il Brasile. Per ora dentro Di Natale che a cinque anni palleggiava con monete e arance, e pronto Pazzini se non si segna, magari con un terzino sinistro in meno e allargando Chiellini. Ma davvero ci vogliono tre lauree in biodinamica per cose del genere? In realtà nel calcio come in politica è meglio se la realtà non viene svelata, il re deve parere vestito anche se è nudo e comunque devono essere imbavagliati i bambini che lo guardano con occhi limpidi. L’Italia è una questione ottica.
o.b.
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