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UN CALCIO A PARTE
Avanti con le (poche) cose serie
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 giugno 2010
È già finita l’avventura degli indigeni, la pièce non prevede più i “Bafana Bafana”, i “nostri ragazzi” del calcio nero contrapposto al rugby bianco. Non ci sarà una risposta cinematografica del pallone sui teleschermi planetari ad “Invictus”, e se Eastwood se ne frega anche l’anzianissimo “Madiba” forse non ne farà un dramma. Per lui il calcio vero resta quello che giocavano a Robben Island, in prigione. È come se al Sudafrica inteso come Nazionale la sceneggiatura di questi Mondiali avesse affidato solo la battuta “il pranzo è servito”. Niente di shakespeariano, niente di epocale, anzi il precedente che per la prima volta il paese ospitante non passa neppure il primo turno. Se la diciamo tutta, gli impresari della Fifa agli ordini di Sepp Blatter e i Padroni della Sfera avevano bisogno del Sudafrica soltanto come teatro. Gli attori indigeni non erano indispensabili, anche se farebbe loro piacere che almeno una squadra africana restasse in lizza un altro po’, così, per esotismo industriale.
Forse il Ghana, chissà, non c’è molto da scegliere, forse mentre leggete la Nigeria, forse la sorpresa delle sorprese sub specie algerina. Ma tornando al Sudafrica, è uscito con onore e con approssimazione insieme. Per vincere una partita e andarsene sì, ma almeno a pari punti con il Messico (buona squadra, mi pare, vale il Paraguay e non concede molto neppure all’Uruguay con il quale ha perso anche per un po’ di sfortuna), c’è voluta quell’armata Brancaleone dei vicecampioni del mondo di Domenech al minimo sindacale. Una Francia spappolata di testa e di gambe, direi senz’altro peggio dell’Italia che almeno un turno dovrebbe passarlo. L’arbitro ha cacciato in gran fretta Gourcuff perfezionando l’opera. Così rimangono le vuvuzelas e lo show che deve continuare, e la speranza che salga il livello del gioco e non solo scenda il livellamento dello stesso. Certo, qualcuno dovrebbe spiegarci senza arrossire che cosa ci guadagnerà il Sudafrica Paese e il Sudafrica società multietnica da questo salotto mondiale dal quale gli ospitanti “arcobaleno” sono già stati licenziati. Che ne faranno degli impianti, con la crisi e la povertà o meglio le povertà di cui soffre. Come farà un Mondiale oneroso a trasformare il pallone di polvere in lingotti d’oro. Qualche altro “bafana” andrà a giocare all’estero, magari, ma davvero è tutto da chiarire il progresso sociosportivo che questo dovrebbe significare. Che cosa volete che abbia rappresentato se non una formidabile esposizione “teatrale” per un Paese senza teatri, questo Mondiale africano che prima di iniziare aveva già ingrassato i tycoons del ramo? In un Paese in buona parte, quella misera, senza tv e quindi affidata alla tradizione orale, alla cosiddetta “radio marciapiede” dei secoli passati? In un Paese che ha offerto soprattutto la chiave di volta inedita di “essere in Africa” sia pure nel modo storico contrastato che Mandela ha nobilitato? Che c’entrava il pallone lì, se non in negativo, perché era un qualcosa da sottrarre ai bianchi?
E adesso niente più “Bafana Bafana” a soli undici giorni dall’inizio. E dunque la realtà è più semplice, e affida al cinico marketing dei soliti noti la scoperta, l’uso, l’abuso e l’abbandono di nuovi mercati da colonizzare. Grazie che per la prima volta la squadra di casa sparisce subito, come ombre (però allegre, niente a che vedere con i “musi” azzurri od europei) nella foresta di fianco. Finora tra Europa e Americhe solo gli Usa nel ’94 avevano rischiato, e in Asia la Corea del Sud aveva “biscottato” ben bene tutto in anticipo. Per i “Bafana Bafana” non è stato né chiesto né concesso alcun proficuo pasticcio arbitrale. Non ce n’era bisogno: “Il pranzo è servito”, ma era ed è il pranzo degli altri, cui loro dovevano servire a tavola non essendo stati calcisticamente invitati se non per i dettagli logistici. Per il resto c’è la tv, e la scia rumorosa di molte trombette pare però già copiate e fabbricate in Cina.
o.b.
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