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COME ERAVAMO
Bossi provoca, ma nel 1982 il Mondiale lo comprammo davvero

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2010

Questa volta proprio durissimo non ce l’ha avuto, il compagno (il nativo?) Bossi Umberto. Di fronte al calcio l’ha mostrato barzotto. Niente di male per carità, sano opportunismo politico mitigato sul ridimensionamento (“lascia stare i santi…” di Lippi) della battuta al fulmicotone contro la Nazionale del giorno prima: invece che “spezzeremo le reni alla Slovacchia” aveva addirittura borbottato che ci saremmo comprati la partita, magari dietro il paravento dell’ingaggio di uno slovacco. In fondo non gioca nel Napoli l’unico fuoriclasse di quella patria recentemente separata?

Apriti cielo. Bossi può spararle tutte, dalla polla ai 300 mila fucili, ma guai a toccare il pallone, e soprattutto la Nazionale. Perché se tocchi una squadra di club hai contro tutti i tifosi della “toccata” ma almeno moltissimi a favore, quelli dei club rivali. Con la Nazionale e il tricolore, invece, non si scherza. Ve lo dice uno del ramo, che fa qui un po’ di memoria per i lettori de Il Fatto Quotidiano dell’età dei suoi figli. Non senza una piccola premessa: dopo quella che il “Senatur” stavolta un po’ “mol” ha definito “solo una provocazione” alla faccia di Pontida, della Lega, di Barbarossa, dei Celti, dell’ultimo Miglio ecc. lanciamo un sondaggio. E sì, noi giustizialisti/questurini ce lo possiamo permettere. Eccolo: quanti italiani sarebbero disposti a mettere mano in saccoccia per una bella colletta, al fine di comperare i vari passaggi degli Azzurri in Sudafrica e magari anche la vittoria finale? Quanti si scandalizzerebbero davvero? Quanti pensano che sarebbe ipotizzabile? Quanti invece che “non si dà in natura” (si dà, si dà…)? Forza, votate, un po’ per celia un po’ per non morire.

Ebbene il Mondiale in Spagna, quello che i nostalgici oppongono come limpido e trascinante al Mondiale tedesco del 2006 vinto all’ombra o sulla spinta delle manette di Calciopoli, nel 1982 era effettivamente cominciato sotto i peggiori auspici. Il presidente federale, Federico Sordillo, quello della Lega, Matarrese, quello onnipresente del Coni, Carraro, dicevano peste e corna della squadra di Bearzot, anch’essa nata sulle ceneri del primo grande scandalo del calcio-scommesse (sempre di chi scrive…), che aveva coinvolto nomi come Rossi, Giordano, Manfredonia ecc. I media facevano a pezzi ogni dimenticabile amichevole della Nazionale , e i tifosi, orfani di un titolo mondiale dal ’38 nel quadro di un regime che alla memoria qualcuno ha ancora il coraggio di definire “poco democratico”, erano più in braghe di tela dei giocatori.

Nel girone di partenza, in Galizia, due pareggi miserandi con Perù e Polonia (che comunque aveva un Boniek) e una classifica incerta di tutti a due punti. Se l’Italia avesse pareggiato anche con il Camerun comunque sarebbe passata al turno successivo, finendo però in un altro girone all’italiana in cui si paventavano il Brasile di Zico e l’Argentina di Maradona. Roba comunque da far venire i brividi. C’era un piccolo particolare: che con il pari per le strane alchimie dei gol il Camerun sarebbe andato a casa (assieme al Perù). Per carità, imbattuti, la prima squadra africana a tornare in patria senza sconfitte. Ma a casa. Da leoni indomabili, sì, è vero, epperò eliminati. Fisicamente tra le due squadre c’era un abisso, a favore del Camerun . Tecnicamente e tatticamente un abisso – ma da dimostrare… – a favore dell’Italia. Il Camerun aveva un solo fuoriclasse, Milla, professionista in Francia, che avrebbe fatto mira-bilie perfino a Italia ’90 quando ad occhio doveva avvicinare o superare addirittura anagrafica-mente la quarantina. Magari stava meglio in Spagna, che dite? Fu un pari sospettissimo, che certamente ricorderà perfino il Senatur, nell’82 non ancora politicizzato ma già sicuramente “durissimo”: gol di Graziani su scivolata del portiere camerunense, immediato pareggio di M’Bida con gli italiani che si scansavano.

Per carità, succede anche nelle migliori famiglie, vedi il match “biscottato” e in seguito confessato tra Germania e Austria per far fuori l’Algeria, sempre nell’82. La differenza stava nel fatto che il Camerun così usciva. Ed è uscito. L’Italia ha poi vinto i Mondiali, il Camerun è stato accolto in Africa dal regime militare di allora come un manipolo di eroi. Come lo so? Dai giornali africani? Non esattamente. Due anni dopo, nell’84, insieme al collega Roberto Chiodi allora ad Epoca (chi scrive era inviato di Repubblica), per una serie di circostanze venimmo a sapere che quel pari alcuni giocatori del Camerun e l’allenatore francese di allora, Jean Vincent, l’avevano venduto. Andammo in Camerun a verificarlo. Girammo un reportage televisivo che nessuno volle mai più vedere, intervistando alcuni giocatori e altri “faccendieri” implicati nella vicenda. Intervistammo un militare, il responsabile della sicurezza in Spagna, che aveva fatto confessare i reprobi negli spogliatoi, dopo il match. Ci scrissi sopra un libro. Feltrinelli stampò 15 mila copie e poi ce le restituì dopo una causa penale (ex art. 700) suggeritaci dal loro direttore editoriale, una degna persona di nome Franco Occhetto (fratello di), purtroppo scomparsa. Chiodi ed io fummo fatti a pezzi dalla stampa: avevamo toccato un santuario benedetto da Pertini, dal primo presidente laico della Repubblica italiana dopo tanta democristianità, cioè Spadolini, dal “made in Italy” trionfante nel mondo sull’abbrivo di Paolo Rossi. Chi scrive venne minacciato di morte a casa e al giornale ma non sporse nessuna denuncia. Da chi? Bè, dietro tutto l’affaire c’erano le scommesse allora clandestine e ora legalizzate controllate dalla camorra di Michele Zaza, detto Michele o’ pazzo, che dopo aver fatto scappare il compare Bardellino corrompendo un giudice spagnolo godeva di buone entrature nella penisola iberica. E di un ottimo avvocato in patria, Federico Sordillo. Queste cose non le avete mai lette sui giornali, e me le sono fatte ripetere da Zaza in persona di fronte a un testimone a Regina Coeli dov’era ristretto. Per altri motivi.

Da allora, quindi da più di vent’anni, professionalmente ho preso quasi soltanto schiaffi, come del resto mi aveva predetto minaccioso al telefono Franco Carraro nell’estate ‘84 prima addirittura che uscisse qualche anticipazione di stampa sulle agenzie che attaccarono Chiodi e me senza che se ne sapesse ancora nulla. La storia fu sepolta in un lampo insieme allo scandalo e ai reporter “scandalosi”. Poi nessuno ha più manifestato alcuna curiosità per quella sporca vicenda, ed io confesso di aver salvato la pelle ma non il posto di lavoro perché Scalfari fu molto sensibile alle sirene del potere politico e del senso di opportunità ostracizzando il tutto. Anche con lui vinsi una causa, ma mi costò un’emarginazione pressoché totale e il “cono d’ombra” che riservava ai peggiori nemici. Del resto neppure io avevo intenzione a 35 anni di fare del resto della mia vita soltanto una “coda” del famigerato caso Camerun. Devo esserci riuscito bene se nessuno se ne ricorda, salvo quando Umberto Bossi tocca un nervo scoperto e dice urbi et orbi che nel calcio e nel calcio internazionale ci può essere un mercato di partite. Adesso lui rinfodera il fucile o lo dà al “trota” per giocarci, Scalfari parla con Dio e spero gli abbia confessato quel piccolo peccatuccio nei confronti non tanto di chi scrive ma di chi avrebbe voluto un po’ di verità (pochi per carità, fate il sondaggio di cui sopra…), Sordillo e Zaza ci hanno lasciato in questa valle di lacrime e qualcuno senza arrossire fa il paragone di allora con oggi. Non era simile la situazione? E allora, forza con la fiaba azzurra mentre difendiamo tutti la libertà di stampa dalla legge-bavaglio…
o.b.

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