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La difficile arte di scendere dal carro dei perdenti
La ragione del crollo non è Lippi ma il sistema
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 26 giugno 2010
Dove va a finire il carro del vincitore lo sappiamo, nel calcio come in politica. Lasciamo stare per un momento la seconda, visibilmente intrecciata con il primo. E rimaniamo al pallone.
Il carro del vincitore nel Mondiale tedesco del 2006 era quello di Lippi, della squadra, del commissario Guido Rossi, di tutti i ministri di Prodi al seguito a partire dall’amnistiante preventivo Mastella, di Carraro pur dimessosi da presidente federale per quella banale storiuccia di Calciopoli, del suo vice di allora, Giancarlo Abete, del responsabile della comunicazione della Federcalcio oggi anche direttore generale, Antonello Valentini (forse il meno colpevole per essere arrivato “dopo” nella stanza dei bottoni”), e insomma di tutti gli scampati allo Scandalone e più in generale del “movimento calcio” che così salvava la ghirba e controponeva alla macchia la Grande Smacchiatura. E dov’era andato quel carro con tutti quei vincitori, non a caso e fuor di metafora una specie di pulman scoperto in giro per Roma? Era andato appunto in giro, a distribuire, confermare, raddoppiare potere e prebende. Come si usa, nel calcio e altrove… Ma dove va invece a finire il carro dello sconfitto? Nel caso per esempio dei Mondiali sudafricani, alla cui vigilia e fino a un attimo prima dell’eliminazione si cianciava di “esclusione nel ludibrio dalla salita sul carro in caso di vittoria nei confronti dei più critici” ossia di solito dei voltagabbana?
Tanto più che non di carro verro e proprio si trattava (qui il riferimento ai Carri del Carnevale di Viareggio parrebbe d’obbligo per la viaregginità del Ct polverizzato), bensì – e da sempre – di autentico carrozzone. Sul carrozzone del calcio c’è infatti la politica in generale e con vari risvolti, sia quella di Berlusconi che dell’opposizione, quella degli amministratori centrali e locali, del governo e del sottogoverno nel quale è compreso implicitamente il governo dello sport e del calcio e la politica del medesimo. Poi vistosamente sul carrozzone sudafricano c’era nell’ordine Lippi, Cannavaro, Gattuso e via a scalare fino al 23esimo della lista, Quagliarella, che invece ha smentito il classico “nomen omen” giocando come doveva sia pure quello spicciolo destinatogli. Adesso Lippi è sceso, ma gli altri no, salvo i pensionandi che tratteranno con Brunetta o in Dubai l’entità della loro pensione. D’oro. Gli altri, e per “altri” intendo ovviamente coloro che strumentalizzano il calcio e se ne fanno strumentalizzare, e ancora più ovviamente i padroni del vapore calcistico (qui l’espressione ha anche qualcosa di più fisico che metaforico, essendosi ridotto il nostro calcio pressoché a vapore), si guardano bene dallo scendere. E quindi dove va a finire il carrozzone del perdente, una volta che il reo auto-confesso si è buttato di sotto per non dover neppure aspettare a scendere, caricandosi di tutte le colpe all’incirca come un pentito di quelli di cui trattiamo abitualmente per altre ragioni in altra parte di questo giornale? Un carrozzone a bordo del quale ripeto stanno ancora tutti quanti, eccetto Lippi e in attesa di Prandelli. Non va da nessuna parte. Non avendo nulla da festeggiare e molto di cui vergognarsi, semplicemente “sta”. Come si dice in Puglia, “sta” Abete Giancarlo in attesa di eventi quali le notizie dalle nuove intercettazioni dello scandalo trattato in Tribunale a Napoli, sta Abete Luigi capataz della famiglia e di parte del sistema bancario italiano, sta Montezemolo Luca corsaro di quella stessa goletta in attesa che qualcuno gli proponga spontaneamente di fare il vice-Letta (Gianni) nel Comitato Organizzatore di Roma 2020 (si chiamano Giochi...), sta Della Valle con il suo yacht con o senza Mastella sotto coperta, stanno tutti gli “amici degli amici” coinvolti direttamente o indirettamente nel pallone. E nel resto.
La filiera amicale di banchieri, finanzieri, imprenditori, giornalisti ecc. che odiano Berlusconi di giorno e trattano con lui di notte, cercando di evitare le palate di guano che almeno il Cavaliere Inarrestabile si piglia per forza e patentemente, in politica come recentemente nel calcio (dalla cessione di Kakà in poi). Magari ci si dimentica perfino che il Milan qualche giocatore italiano comunque ce l’aveva, ce l’ha e ce l’avrebbe, mentre l’Inter ha di altra nazionalità anche l’autista del pullman. E vince la Champions . E la Nazionale fa questa figura indimenticabile. Che siano collegati questi due ultimi elementi? Bah, a saperlo...
Tornando al Carrozzone del perdente, se esso fermo com’è oggi in attesa di rimettersi in moto con le modalità di sempre venisse invece svuotato profittando del suo momento “statico”, e si potesse così istantaneamente ottenere un paio di risultati, forse avremmo cominciato a risolvere i problemi della Nazionale e “quindi” del Paese (è una metafora e insieme una lettura degli intrecci e dei conflitti di interesse: lo sapevate che il figlio di Lippi è il procuratore diretto di Chiellini e ha a che fare con Marchisio, Iaquinta e Criscito?).
Quali risultati? Il ricambio di questa classe dirigente sportivo-calcistica, assai poco sportiva e calcistica solamente perché ci guadagna magari su altri tavoli con altre cordate. Immaginatevi la scena: dopo Lippi e in diretta tv scendono gli Abete, la filiera, il sottopotere calcistico incancrenito, i vicerè della giustizia sportiva, i capataz dei vari settori della Federcalcio, tutti coinvolti al pari di Lippi nella débâcle azzurra, perché la Nazionale dipende da loro. Anche burocraticamente, intendo. È la Federcalcio il capoufficio dell’ex Marcello. Ricambio di buon auspicio per il Paese, perché non si tratterebbe solo e sempre di Berlusconi, ma dei Berluscloni. Il secondo risultato sarebbe quello di sgomberare il Carrozzone e far vedere finalmente come è fatto davvero: finché è occupato da grappoli di avvantaggiati, non si vede nulla. È come Roma un giorno senz’auto. È finalmente Roma. Facciamo lo stesso con il Carrozzone. Giocare al tiro al Lippi e basta sarebbe ed è solo un’ulteriore mistificazione della realtà. Lo penso per Moggi, lo penso per Lippi. Dimostratemi che sbaglio e cambierò idea.
o.b.
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