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MONDIALI
Lippi, Capello & Co. la resistibile arroganza del comando

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 29 giugno 2010


Era diventata perfino un profumo, tanto era “trendy”, elevata a valore scollegato da qualunque realtà. Adesso – forse – l’arroganza potrebbe tornare ad essere quello che è davvero, un cattivo odore. Lo dico con le dovute differenze per Lippi e Brancher, per Scajola e Capello, per una categoria di persone che ha dato a lungo l’impressione di non poter vivere e comandare senza una piattaforma arrogante da cui sbatter giù chi non faceva comodo o dava addirittura fastidio. Nel discorso complessivo di una politica calcistizzata e di un calcio politicizzato, tradotto nella Nazionale specchio del Paese, so bene che in molti non la vedono così. Per esempio Ilvo Diamanti tiene separate le due cose con un “rigore scientifico” che è assonante con il pallone ma forse contraddice il suo stesso pensiero.

Non fu lui, su Repubblica, all’inizio dello scorso campionato, a scoprire con qualche lustro di ritardo (poco male, non ne ho certo il copyright...) che gli italiani si riconoscevano ormai “politicamente” più nel calcio che nei partiti? Che l’appartenenza e il suo senso si erano travasati ormai del tutto o quasi nel legame tifoso con i club (le piccole patrie della nostra storia millenaria, direi io...) dal momento che la fidelizzazione partitica era diventata ormai un’altra cosa? E allora, illuminante Ilvo, un altro sforzo: l’attinenza c’è, eccome. Se è anche vero che alla nazione “conviene” specchiarsi nella Nazionale quando vince, forse possiamo usare uno specchio pubblico e ustorio quando entrambe perdono. Magari per spingerle a cambiare in meglio. E per questo azzardo di tenere di nuovo insieme le cose sotto il cielo di un’arroganza decaduta. Quella di Brancher si sta dissolvendo nel ridicolo, specie nel momento in cui evoca il fallimento di Lippi e soci in un mirabolante “ma perché non ve la prendete con loro?”. Quella di Scajola, malgrado tutto sopravvissuto parzialmente in immagine agli insulti postumi a Marco Biagi, ha preso il precipizio che sappiamo dalla casa “regalatagli a sua insaputa”. E ovviamente non sto qui a rimarcare gli aspetti penali delle due toccanti storie di potere. O di podere, in realtà.

Presunzione di intelligenza
E per Marcello Lippi, il suo sarcasmo viareggino e il suo “i cavalli si contano al palo” detto a una stampa fortunatamente non del tutto a misura della sua arroganza, forse è l’ora delle penitenza. Meglio se in buona compagnia di arroganti impliciti quanto lui lo è esplicitamente, come il suo presidente Abete che “tanto gentile e tanto onesto pare” quando prende le distanze dal disastro.

E per Fabio Capello, friulano duro che si è sudato tutto e comunque di gran lunga il più in gamba di costoro prima come giocatoreepoicometecnico,è forse il tempo di rimpannucciarsi il giusto distinguendo tra la cosiddetta presunzione di intelligenza e quella di conoscenza. La prima pretende un rispetto interpersonale e interprofessionale che Fabio ormai non tira fuori quasi più ma in realtà quando vuole possiede: è uomo pieno di gusto e di talento, con curiosità che lo fanno diverso dalla carrellata fin qui citata. Per esempio non credo che farebbe peggio di Brancher e di Scajola nei rispettivi ministeri o ex ministeri... Il punto è che a voler sembrare sempre il più furbo di tutti accade poi di lasciarci le dita nella porta, mentre si chiude. E gli è successo in parte immeritatamente in Sudafrica.

Non a caso, preso ognuno individualmente, gli altri di questo bizzarro quartetto esemplificativo sono in questo momento degli arroganti sconfitti, mentre Capello la faccia almeno in parte l’ha salvata. Basterebbe che la lezione nel non sembrare sempre il precettore di chiunque in Italia o all’estero gli insegnasse ad imparare dagli eventi negativi. Sul fatto che imparino gli altri tre, ho qualche dubbio.

E per tornare all’arroganza e allo specchio squadra/Paese, fosse che fosse il periodo critico buono per rovesciare la clessidra dell’arroganza? Per sentirla come un fastidio ingiustificato anche quando c’è del merito e come una grottesca sceneggiata quando è fondata sul nulla del demerito? Per smontarla, nei suoi aspetti multiformi compreso quello della timidezza mascherata che a volte nutre i poeti? Per ridicolizzarla quando diventa come è diventata da noi troppo spesso nel calcio e fuori, complice un sistema mediatico che non conosce, non distingue, ma giudica lo stesso ad ogni costo, una specie di prima pelle butterata, un’epidermide di immagine che rende quasi superflua la sostanza, la pelle vera? Si può dedurre tutto ciò dalle vicende della nostra politica intrecciate a quelle del Mondiale (sud) africano? Prendiamolo come un auspicio.

Che, per tornare in Sudafrica, dovrebbe anche riguardare quel “galantuomo” di Sepp Blatter, presidente Fifa, che si è potuto godere dalla tribuna la vergogna del gol “rubato” agli inglesi prima di riempirsi gli occhi del gol “regalato” agli argentini dall’arbitro Rosetti, già protagonista in patria di alcuni svarioni da Guiness. Finora non ha voluto “aiutini” tecnologici, neppure il sensore nelle porte che avrebbe evitato quella figuraccia. Ed è folle sostenere che tanto Germania e Argentina avrebbero vinto comunque. Non è detto, e nel caso tanto varrebbe giocarsela a tavolino: due episodi decisivi che hanno alterato la storia oppure solo la cronaca dei due incontri. Anche se, a dire il vero, il primo, quello della palla dentro, davvero rimanda alla storia.

Ricordi e presente
Come è stato ricordato in tutte le salse l’Inghilterra di NobbyStiles, superborandellatore di metà campo, e del Di Stefano anglofono Bobby Charlton, vinse il suo unico Mondiale nel ’66, in casa, battendo la Germania di Haller con un gol di Hurst. La palla non era entrata, non c’era la pay-tv, non c’era la moviola in campo e forse neppure negli studi. Adesso negli studi c’è, eccome... Piccolo test per i lettori “anziani” de Il Fatto: si giocava meglio allora oppure oggi? Era più divertente quel calcio lì o questo? Rimane, l’odierno, un Mondiale impresentabile in fatto di arbitraggi, peggio del solito: e non abbiamo ancora visto tutto, datemi retta. Sempre con quell’idea salvavita che gli arbitri e tutto l’apparato che li esprime, a livello internazionale e nazionale, siano “in buona fede”.

Difficile da misurare, non vi pare? È più difficile misurare la buona fede che l’arroganza. Questa ti arriva forte e chiara, e forse appunto comincia a disturbarci. Sulla buona fede degli arbitri e un po’ di tutti, dirigenti calcistici, giocatori ecc., si può aprire un dibattito. Inviterei a discettarne anche Brancher e Scajola.
o.b.

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